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Blog di un architetto italiano in Francia
Di Giovanni Bellaviti*
Maggio 2005
Come ogni anno numero speciale della rivista "le moniteur" sullo stato dell’urbanistica nell’anno appena trascorso.
Porti, riabilitazioni di quartieri periferici, boulevards…
qui i politici fanno, gli urbanisti riflettono e per un osservatore straniero l’immagine che ne esce è molto rassicurante: la nazione del barone Haussman, dei "grands travaux" dell’era mitterandiana, della "toute puissante" collettività sembra ancora funzionare, ultimo baluardo (sic) alla potente globalizzazione delle mode e dei costumi anche urbani.
Penso ai primi fotogrammi del film di Kassowitz "la Haine": "fin qui tutto va bene......"
Maggio 2003.Servizi tecnici del comune di…
Nel futuro Parco dello sport si discute della posizione della piazza principale del parco.
Crimine di lesa maestà osare dire che in un parco dove si svolgono attività sportive le vere piazze sono i terreni di gioco e i loro dintorni.
Qui in Francia, i meccanismi di montaggio delle operazioni urbanistiche le più tradizionali (un sottile, intricato bilancio finanziario costituito dalla vendita dei diritti a costruire in cambio di opere di urbanizzazione primaria e secondaria, di edifici pubblici e di sistemazioni a verde pubblico o di piazze etc) hanno senza dubbio molti meriti ma talvolta lasciano dei riflessi condizionati in tutte gli attori implicati nel progetto.
Ed ecco domandarsi se questa moltiplicazione di "placettes", percorsi pedonali, ‘mails plantés’, sopratutto in aree nelle quali tutto questo esiste già in gran quantità ed è facilmente accessibile, corrisponda effetivamente ai bisogni e ai nostri modi di vita quotidiani o se non sia piuttosto "l’effetto collaterale", il prezzo da pagare per giustificare ruoli, presenze, parcelle e autorismi piuttosto improbabili quando si discute di pezzi di città.
Tutto questo ha veramente un senso quando le risorse sono limitate? E poi il nostro ruolo di urbanisti non dovrebbe essere quello di stabilire innanzitutto delle priorità, "creare" delle situazioni che ne mettano in moto altre, liberare delle risorse?
Nel frattempo una petizione di cittadini chiede che il comune chiuda il percorso pedonale che cinge il retro delle loro abitazioni sul confine del parco sportivo.
Il comune, alle prese con una riduzione delle entrate, non ha più i mezzi per occuparsi della sua manutenzione.
Il percorso pedonale quasi sempre deserto è diventato una specie di discarica a cielo aperto, ma comunque la nostra coscienza era salva...
Luglio 2003
Piano particolareggiato di una zona pavillionaire a... terreno minato, quello delle zone residenziali e delle case unifamiliari per gli urbanisti.
Eppure tenuto conto del mercato, questo è sicuramente un tema da approfondire.
Attività abbandonata, lasciata per anni ai geometri, definiti dai più i veri "maitre d’oeuvre" di questi quartieri, il tema della casa unifamiliare e della sua aggregazione è diventato da qualche anno terreno di sperimentazione e dibattito, quasi sempre limitato al solo piano teorico.
Messa da parte l’esigenza di mettere le mani su una consistente fetta di mercato da cui l’urbanistica è stata completamente esclusa, questa tendenza si è accresciuta nel corso degli anni con la volontà di ottemperare ad un’altra delle grandi parole d’ordine dell’urbanistica francese "fin de siecle": la "mixité".
Come introdurre all’interno dei quartieri di edilizia economica e popolare, dominati dalla tipologia delle "barres" e delle "tours", una diversità in termini tipologici e soprattutto sociali (essendo le case unifamiliari destinate per la maggior parte alla vendita), offrendo nello stesso tempo agli abitanti un percorso e una possibilità di riscatto "residenziali" all’interno del quartiere (dall’appartamento in affitto in un condominio alla casa unifamiliare di proprietà), ma contando anche sulle possibilità finanziarie derivanti dalla vendità dei diritti a costruire venutisi a liberare (dopo una dedensificazione forzata del quartiere) su terreni quasi sempre pubblici in modo da equilibrare l’operazione di risistemazione urbanistica.
Il tutto è servito con la volontà di coniugare alcuni elementi tipologici tipici di questo tessuto urbano (l’allineamento sul fronte strada e la densità delle "maisons de ville") con le caratteristiche sociologiche proprie di questo tipo di prodotto (l’isolamento, il mito della vita all’aria aperta, la possibilità di usufruire di un parcheggio personale coperto e di un giardino).
Sfortunatamente alle prese con un mercato dominato da una serie di prodotti estremamente standardizzati, l’urbanista si trova spesso preso a tenaglia tra i rappresentanti degli interessi della collettività che vedono di solito nell’arrivo delle maisons individuali la possibilità di un riscatto per il loro quartiere (con la conseguente retorica del cambiamento d’immagine del quartiere, l’arrivo di una popolazione più benestante e quindi "di conseguenza" più "tranquilla", potenziali elettori felici di diventare finalmente proprietari) e gli interessi dei costruttori privati, i famigerati "promoteurs".
Novembre 2003
Gran dibattito al Pavillon dell’Arsenal, il museo permanente dell'arhitettura del Comune di Parigi, "bisogna costruire dei grattacieli a Parigi?"
D.P., architetto rinomato, "ex-giovane" sottolinea la necessità di introdurre nella città della verticalità in opposizione alla sua orizzontalità.
Penso talvolta alla fumosità dei discorsi degli urbanisti, con gli urbanisti e per gli urbanisti.
Non sarebbe il caso di domandarsi innanzitutto se ci sia qualcuno che sia disposto a investire per costruire dei grattacieli?
Dicembre 2003
La sala è piena, l’atmosfera è greve, nell’auditorium del centro delle halles è in corso una riunione di concertazione per il progetto di riqualificazione del quartiere.
Alcuni abitanti si lamentano della scarsa sicurezza dei luoghi, altri sostengono che la grande stazione del metro, con il suo afflusso continuo, smisurato di persone, (piu di 800 000 passeggeri al giorno, per la maggior parte provenienti dalla banlieau) rappresenta una vera "sventura" per il quartiere.
L’associazione dei commercianti denuncia l’occupazione dello spazio pubblico e l’invadenza delle terrazze che impediscono la circolazione.
Questo è un momento chiave per ogni progetto urbanistico che si rispetti, il confronto con la "ggente".
I tempi dell’urbanistica sono ormai inconciliabili per definizione con quelli della comunicazione.E questo vale sia per i commanditari (i politici) che per gli esecutori (gli urbanisti).
C’era un periodo in cui l’urbanistica (che in Francia, ed è il caso di dirlo, per uno studio offre una renumerazione molto inferiore che l’architettura) serviva per accedere a incarichi di architettura o al minimo permetteva di fregiarsi del titolo di architetti "en chef" con il risultato, non trascurabile, di gestire per cooptazione incarichi e potere.
Ma oggi con le obbligazioni europee in materia di concorsi tutto questo è sempre piu difficile.
Diciamo quindi che il vero progetto, quello "virtuale", si riduce al breve spazio della concertazione e degli annunci pubblici.
Tutto quello che segue (e quindi la meno ‘rentable’ fase della realizzazione) è considerato come normale lavoro di routine e non svolgendosi sotto i "riflettori" della storia, "non esiste".
Il progetto diventa dunque "la comunicazione" stessa.
Senza contare, e il caso del progetto delle Halles è senza dubbio sintomatico di questa deriva, che, ormai assediata dalle numerose scadenze elettorali sempre piu vicine e dai sondaggi quotidiani quasi instantanei che ne scandiscono il corso, la politica ha ormai perso qualsiasi valore decisionale e si riduce a una estenuante continua mediazione nelle quali pareri, rivendicazioni, diritti di veto si addizionano in una logomachia estenuante.
La concertazione indefinita si sostituisce alla politica.
La ripartizione contabile e meccanica del diritto di parola riempie ormai il vuoto della politica.
Eredità forse di un periodo in cui gli architetti e gli urbanisti erano considerati come "il male assoluto", giudicati responsabili negli anni 60 e 70 dei grandi quartieri di edilizia popolare, sospettati di elitismo e di lontananza dai bisogni della gente, la concertazione diventa una specie di messa salvificatoria, un bagno catartico, assume valori mitologici.
E' non è importante se questa divenga talvolta l’occasione del prevalere di interessi particolaristici (i commercianti, i proprietari, gli automobilisti, i pedoni.....) se non addirittura di valori reazionari ("chi sono questi che verranno a abitare nel nostro vecchio quartiere?" "Non vogliamo discariche nella nostra regione…." etc.).
Alla fine, come nel caso del progetto delle Halles , è il nulla che prevale probabilmente perché il nulla, magari condito da un po di verde, che fa tanto politically correct, è consensuale e il tutto è rimandato indefinatamente alle prossime scadenze ….........
Giugno 2004 ore 8.15
Alla fermata della RER D, poco lontano dall’ormai mitico stade de France e dal quartiere limitrofo, costruito in previsione della coppa del mondo 98, una marea umana si incammina verso i numerosi immobili di uffici per intraprendere la loro giornata di lavoro.
Qui tutti hanno svolto diligentemente il loro lavoro, degli urbanisti di fama hanno progettato il quartiere, degli architetti hanno disegnato edifici d’avanguardia dalle ampie vetrate e interamente climatizzati, la collettività come si conviene ha messo i grandi mezzi, le imprese hanno seguito installando le loro sedi.
E in effetti nulla è stato lasciato al caso e tutti gli elementi che costituiscono l’armamentario del buon urbanista, qui sembrano essere declinati in un puzzle urbano dall’incastro "perfetto".
Un ampio boulevard, ricavato dalla copertura dell’autostrada del nord, "l’asse strutturante", una gerarchia di strade secondarie, e poi fronti urbani, ‘gabarits’, cornici, soluzioni d’angolo, arredi urbani...
Gli architetti interpretano il regolamento edilizio nella piu completa autoreferenzialità.
Tipico esempio di quell' urbanismo "parisiennista" fatto di grandi assi, corridoi, allineamenti stradali che si sta riciclando aldilà del peripherique (la tangenziale o meglio il raccordo anulare che segna la frontiera fisica ed amministrativa della metropoli parigina) sostituendosi a un blob amorfo ma comunque vivente fatto di fabbriche dismesse, quartieri a bassa densità, quartieri di edilizia economica e nodi ferroviari e autostradali.
Si potrebbe passeggiare per anni , quasi all’infinito, qui come nel nuovo quartiere della Rive Gauche nell’est parigino, in questo universo fatto di spazi intercambiabili.
Ma la chimica, o meglio l'alchimia di una città, resta qualcosa di difficilmente decifrabile anche per il nostro diligente savoir faire...
Settembre 2004
In visita commerciale da Mme G. Direttrice della .., mostriamo il video del progetto di riqualificazione del quartiere di White City a Londra, concorso vinto nel 2003 e il cui inizio dei lavori si avvicina.
Il programma prevede la costruzione di un complesso residenziale misto di case individuali e collettive (all’incirca 80 appartamenti) nonché la risistemazione di un quartiere tipicamente londinese del periodo vittoriano situato ai margini di un enorme centro commerciale di futura edificazione su di un sito precedentemente occupato da un deposito di bus (i famosi double-deckers londinesi).

Londra - Masterplan
Mme la direttrice ha una lingua tagliente, ma le sue critiche sono esemplificative di quanto sopra.
La nostra interlocutrice sembra sorpresa del fatto che il nostro intervento non si inserisca nella continuazione del tessuto del quartiere vitttoriano esistente e non lo prolunghi fino ai piedi del futuro, massiccio centro commerciale disegnato da Ian Ritchie (piu di un milione di metri quadrati!!!!).

Londra - Foto cantiere
Riprodurre, "clonare" "remasterizzare", è la logica parigina degli assi, delle prospettive, dei "corridoi", dei fronti stradali che ritorna.
Questo modello massimo è diventato ormai un passe-partout applicabile ed estensible all’infinito anche e soprattutto in periferia (come nella Zac rive gauche ai margini della Très Grand Bibliotheque).
E laddove tutto questo non è possibile realizzarlo con un fronte costruito, lo si puo fare con recinzioni, siepi (i Francesi sono i più grandi consumatori di Tuya in europa), come nel caso dei quartieri di edilizia economica e popolare: è la famosa "residenzializzazione" une delle tante parole chiave che costellano il fare urbanistico d'oltralpe.
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