Indice degli articoli


Cosa fare del Grande Buco?
di Cesare De Seta

Vera bocca spalancata sull’inferno del terrorismo, il buco lasciato dalle Twin Towers si è imposto immediatamente come tema urbano di eccezionale rilevanza. Il dibattito si è aperto all’indomani della tragedia dell’undici settembre: spenti i focolai persistenti dell’incendio, recuperato quel che rimaneva delle vittime, rimosse le macerie, la città si sta interrogando sul dopo, su cosa bisogna fare in quell’orribile buco. La questione non è semplice e non sarà certamente facile trovare una soluzione che accontenti newyorchesi e non. La questione tuttavia riguarda un po’ tutti perché New York è una superville, una Dominante città: come lo fu Roma per oltre un millennio e Costantinopoli dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, Firenze nel Quattrocento, Venezia e Amsterdam nel Seicento, Parigi nel Settecento e Londra nell’Ottocento. Oggi, e non da oggi, ma da un secolo, New York è una Weltstadt – una città-mondo - anche se il titolo di capitale non le spetta in termini istituzionali. Non è infatti la capitale degli Usa: ma è sede dell’Onu, è il più grande centro commerciale e finanziario del pianeta, è tra le più popolate metropoli, è un coacervo multietnico, è una formidabile produttrice di cultura; è l’ombelico della globalizzazione e delle tecnologie più avanzate, dalle comunicazioni all’editoria. È insomma "il centro" per eccellenza del mondo. Quel "orribilis vulnus" ci tocca da vicino per molte ragioni: siamo tutti americani scrisse "Le Monde" in quei giorni drammatici. E conviene ripeterlo. Ma cosa fare in quel "buco" e di quel "buco"? Un’area immensa capace di accogliere l’equivalente di quindici Empire State Building che è ritornato ad essere il più alto grattacielo di New York.

Per dare una risposta, sia pur sommaria, conviene pensare alla rigorosa griglia di Manhattan, alla selva di grattacieli che accoglie, al sistema formale che rappresenta agli occhi del mondo. La prepotente forza che sprigiona da quell’immagine di foresta pietrificata di acciaio, cristallo e cemento fa il suo fascino ineguagliato e ineguagliabile; nessuna contemporanea città –in occidente e in oriente – esprime tanta energia. Il primo pensiero che è venuto spontaneo è stato quello di ripristinare l’immagine perduta, magari ricostruire nuovi grattacieli per ricomporre lo skyline che è stato dilaniato e sconvolto dall’azione terroristica. E’ recente la notizia che una holding si è dichiarata disponibile a ricostruire le torri. Ma le Twin Towers non erano un capolavoro dell’architettura e ricostruirle secondo l’antico precetto del "com’era e dov’era" sarebbe fuori luogo e soprattutto una tale soluzione non risponde alla logica innovativa e al sentimento rivoluzionario che domina, dalla nascita, la forma urbis di New York che è prosperata con ritmo incessante, splendidamente riflettendo la sua mutevole immagine nell’estuario dell’Hudson. Le torri cancellate non sono il Ponte di Santa Trinita e New York non è la Firenze rinascimentale. La concentrazione di 50 mila persone in uno, due o più edifici a sviluppo verticale è stato giudicato da architetti, urbanisti e sociologi assai autorevoli una mostruosità e persino un azzardo. Ma nonostante queste perorazioni e diffide contro lo sviluppo verticale, dopo l’undici settembre l’impetuosa macchina finanziaria e immobiliare ha ripreso alla grande: è recentissimo l’annuncio che a Battery Park City Norman Foster costruirà un grattacielo di 42 piani, che nell’area del Columbus Circus, che affaccia sul Central Park, i due grattacieli in costruzione da 80 piani hanno accelerato il lavori, che Donald Tramp – tra i maggiori developer di Manhattan – continua a vendere appartamenti a cifre da capogiro che vanno da 25 milioni a 30 milioni di dollari per i piani più alti. Insomma la temuta fuga da Manhattan non solo non c’è stata, ma c’è stata un’accelerazione del processo immobiliare e un’impennata dei prezzi. Dunque un’inversione di tendenza molto significativa: visto che negli ultimi anni appartamenti in grattacieli - non solo a New York, ma in molte città americane - erano rimasti sfitti e si temeva un crollo del mercato immobiliare. Molte aziende, infatti, avevano preferito ambienti di lavoro con caratteri tipologici differenti e in siti più distensivi che non sono quelli della foresta pietrificata. Una stasi che sembra ormai alle spalle di Manhattan.

Ma rimane il problema: cosa fare in quel buco – the zone, come ora lo chiamano i newyorchesi. Quale che sia la soluzione che si assumerà dovrà anche essere un memento, un memorial di quanto è avvenuto l’undici settembre e un segno forte che guardi al futuro. La mia debole opinione è che quel vuoto deve rimanere come ammonimento visibile e percepibile: la griglia di Manhattan è stata violata e tale deve rimanere. La ferita non può e non deve essere rimarginata. Ma in quel vuoto bisognerà pur ospitare qualcosa: non può certo restare un’immensa rovina piranesiana del XXI secolo.

L’anno scorso ho visto al Guggenheim di New York, nel museo di Frank Lloyd Wright, una grande mostra, con tutti i disegni e i modelli, al nuovo museo della stessa fondazione progettato da Frank O. Gehry. Museo da erigersi sulla punta estrema di Manhattan, contiguo all’area delle Twin Towers: quel fiocco in cima alla penisola non mi convinse affatto, anche se considero l’autore uno dei più geniali architetti del nostro tempo. Mi chiedo ora se quel progetto - che era così insensibile alla griglia di New York e così poco congruo alla forma urbis – non possa essere ripensato e rimodellato per the zone. In quel sito c’è bisogno di un gorgo, di una elica, di una spirale e di un vortice che abbia la forza di attrarre e di divenire baricentro formale: la cui forza centripeta sia capace di dare senso e funzione a quello spazio lacerato. Naturalmente si può indire un concorso internazionale, ma con un’indicazione inequivocabile: che il vuoto non deve essere meccanicamente intasato da grattacieli, ma appunto da un edificio-turbina, una calamita simbolica che aggreghi in sé funzioni culturali e ricreative e che attragga con la sua forza giovani e vecchi, donne e bambini. Un edificio che per questo suo carattere anomalo – come anomalo fu il gesto eversivo di Wright nella griglia di New York – divenga memorial di quanto è avvenuto. Così che in una città dominata da un verticalismo persino ossessivo e dai tratti talvolta inquietanti ci sia un luogo di sosta: sosta fisica, luogo distinto e distinguibile, che possa accogliere - assieme alle attrezzature e ai servizi a carattere culturale (museo, biblioteca, università) e ricreativo - un sacrario per i caduti e un tempio di tutte le fedi. Un luogo di raccoglimento e di preghiera che ricordi al mondo le vittime innocenti di quell’undici settembre. Un fiore che deve aver le sue radici nel banco di roccia di Manhattan, ma i suoi petali aperti verso un futuro di speranza.