Arte

Il Bacio. Tra Romanticismo e Novecento
Amore e Morte, passioni e patriottismo nell'iconografia del bacio tra Ottocento e Novecento di Susanna Zatti
A fior di labbra. Per una fenomenologia del bacio nel cinema italiano di Gianni Canova
Il bacio come linguaggio simbolico di Lorenza Tonani

Il bacio come linguaggio simbolico

di Lorenza Tonani

Gesto terreno e sacrale al tempo stesso, tra i più universali del comportamento umano, il bacio addensa uno spettro straordinariamente ampio di significati, proponendo una notevole casistica di attitudini, tra motivazioni e tradizioni diverse. Nell'immaginario collettivo il bacio si lega strettamente al sentimento d'amore e delle emozioni affini, ma differenti sono i valori simbolici da attribuire a questo atto: i baci appartengono a precisi rituali e sono espressione di sentimenti di differente natura che contemplano non solo l'amore, ma anche l'affetto materno e filiale, la tenerezza, la simpatia, la gratitudine, la compassione, la gioia, il dolore. Una storia del bacio potrebbe essere scritta per evidenziare un'evoluzione del significato del gesto negli usi e costumi della civiltà, nel corso del tempo e attraverso lo spazio, ma ogni soluzione classificatoria potrebbe risultare artificiale, in quanto spesso le categorie entro cui inserire le differenti tipologie di baci si sovrappongono. Proveremo in questa sede a stilare un breve compendio del bacio, tra persistenze e mutamenti di senso, prestando attenzione esclusivamente al portato simbolico del gesto.

Il bacio come fattore culturale
Il bacio si lega alle singole culture ed esistono popoli che a lungo ne hanno negato il valore erotico, non riconoscendolo come atto destinato alla ricerca e all'ottenimento di un dolce piacere. Il bacio all'occidentale era ad esempio considerato in Cina un simulacro del cannibalismo, mentre ancora oggi le usanze di diversi popoli africani di incastonare nel labbro inferiore dischi di legno o di scurirsi i denti con foglie di betel annullano ogni connotazione erotica della bocca. Per il popolo eschimese la bocca e la lingua hanno funzioni molto pratiche, servono a masticare il cuoio e pulire i bambini, e la ricerca d'intimità avviene con il naso, coinvolgendo la prossemica olfattiva. Il bacio di naso è del resto descritto da Darwin e da diversi etnologi come un modo di condividere lo spazio dell'altro, varcando soglie di intimità ben definite. Con lo stesso significato, ancora oggi presso alcuni popoli aborigeni dell'Australia settentrionale gli uomini raccolgono con le mani il proprio sudore sfregandosi il corpo e lo applicano sulla pelle del nuovo arrivato come atto di benvenuto: si tratta di una forma di accettazione dell'altro nella propria zona intima, che vale a esprime il grado di ospitalità.

L'origine del bacio e il bacio materno
Pur nelle differenti manifestazioni, sembra esistere un parallelismo tra il bacio, il bacio di naso e le altre forme di saluto affini, fatto che dimostrerebbe una comune origine. Il bacio all'occidentale estenderebbe, oltre che all'olfatto, anche al gusto la realizzazione del desiderio di "assaggiare" l'altro e non è casuale che in alcune lingue come nella lingua egiziana antica baciare e mangiare si esprimano con la stessa parola. All'atto di "suggere" l'altro, dunque, andrebbe ricondotta l'origine del bacio come ricerca del piacere, con un rimando preciso al primo contatto della bocca, nel momento dell'allattamento. L'analisi freudiana ha provato come la libido sviluppi nell'infante una definita ricerca del piacere che trova proprio nella bocca e nelle labbra i mezzi privilegiati di soddisfacimento del bisogno. Sin dalla primissima infanzia, per Freud, nutrimento, piacere e affetto vengono ricercati unitariamente e la madre è individuata come oggetto di desiderio in grado di rispondere a questa esigenza primaria, soddisfatta proprio attraverso la bocca. Ancora nei primi anni di vita, del resto, l'atto di portare alla bocca le cose che piacciono o incuriosiscono rimane caratteristico di tutti i bambini. Pur non avendo esposto sistematicamente una formulazione teorica sull'amore, Freud ha fornito in materia linee di pensiero fondamentali, disseminate in maniera frammentaria nei suoi scritti. Nei Tre saggi sulla sessualità del 1905 ha affermato:

il prototipo di ogni relazione amorosa è il succhiare del bambino al seno materno, trovare un oggetto d'amore è in effetti un ritrovare.

Concetto così ribadito nell'Introduzione alla psicoanalisi:
Non posso darvi l'idea della grande influenza di questo primo oggetto sulla scelta di tutti gli oggetti successivi, degli effetti profondi che esso ha nelle sue trasformazioni e sostituzioni, sulle più remote ragioni della nostra vita sessuale.

La teoria delle relazioni oggettuali muove dunque dalla peculiarità della relazione umana primaria individuata da Freud, che lega alla figura di accudimento, quella materna, il soddisfacimento delle pulsioni orali. Il riflesso innato di succhiare costituisce dunque nell'ontogenesi la premessa del bacio, che rievoca una funzione primaria, paragonabile a una fame insaziabile, ragion per cui ogni numerologia del bacio non può che prevedere un copioso, ininterrotto, incalcolabile scambio tra gli innamorati.
Dammi mille baci e poi ancora cento,
poi altri mille e poi altri cento,
e poi ininterrottamente ancora mille e altri cento ancora []
chiedeva Catullo all'amata Lesbia.

All'origine del bacio sono dedicate due opere nel percorso espositivo: il Bambino al seno di Medardo Rosso e la Maternità di Mario Bettinelli, collocate all'interno di una sezione dedicata al bacio materno che vede esposte anche altre opere come L'abbraccio materno di Paolo Troubetzkoy e Ricordati della mamma di Adolfo Feragutti Visconti. Opere che nella difformità di impostazione ed esiti suscitano teneri sentimenti di commozione. Esulando infatti per un attimo dalle implicazioni erotiche che baci filiali e materni hanno trovato nell'interpretazione freudiana, in una visione meno biologica e più sentimentale, il primo bacio per chi si affaccia alla vita è proprio quello della madre e il bacio materno è destinato ad accompagnare un figlio per sempre, anche quando in un fisiologico rovesciamento dei ruoli il figlio diviene più forte del genitore, ma non cessa per questo di essere figlio, come dimostra la sensibile opera di Raffaele Borella. Le madri, in cui teneramente è una donna anziana a baciare il capo della figlia, a sua volta madre. Il bacio materno che è espressione dell'affezione più profonda, duratura e incondizionata, si veste talora anche di una tenera voracità, che sta a significare un possesso reciproco che il legame di sangue suggella:"Ti mangio di baci" ancora a ribadire la quasi sinonimia tra mangiare e baciare dice spesso una madre al suo bambino, il quale a sua volta si trova in molti casi a richiedere i baci guaritori, lenitivi, della madre sulle ferite procurate durante il gioco. Una situazione che ci porta a definire un'ulteriore funzione del bacio che ha trovato innumerevoli applicazioni nel mito e nella fiaba quella terapeutica.

Il bacio salvifico
Al bacio sono state attribuite capacità vivificanti e curative: un bacio può dar vita, animare, rianimare, svegliare dal sonno profondo della morte, annullare i malefici, guarire. Nel mito di Pigmalione e Galatea, testimoniato in mostra dall'omonima opera di Daniele De Strobel, Pigmalione, convinto di non poter trovare una donna degna del suo amore, scolpisce una statua in avorio che accudisce e ama come una creatura vivente. Coltiva tra sé e sé il desiderio di vederla prendere vita e, in occasione della festa in onore di Venere, esprime la sua richiesta, che la dea benevola esaudisce, consentendo la metamorfosi dell'idolo di pietra in essere vivente, proprio grazie a un bacio: "Pigmalione, non appena torna a casa, si reca dalla statua della sua fanciulla e sdraiandosi sul letto accanto a lei, prende a baciarla: gli sembra di incontrare qualcosa di tiepido. Di nuovo accosta la bocca e le tocca il petto con le mani: al tocco l'avorio si ammorbidisce, deponendo la sua rigidità; cede sotto le dita come la cera dell'Imetto si fa morbida al sole []. Il giovane resta attonito, quasi si lascia andare alla gioia ma teme di ingannarsi: pieno d'amore torna a toccare più e più volte l'oggetto dei suoi desideri: è proprio un corpo vivo! [] Finalmente preme le sue labbra su una bocca vera e dà dei baci che la fanciulla sente: arrossendo ella leva timidamente verso di lui lo sguardo e ai suoi occhi appare contemporaneamente la visione del cielo e quella dell'uomo che l'ama". Nella mitologia, nella tradizione popolare e nelle fiabe, quindi, il bacio assume spesso una valenza simbolica di portata straordinaria, salvifica. Va ricordato, peraltro, che già dalle speculazioni di Creuzer e Bachofen il mito appariva connotato come "veste del simbolo", come documento della storia umana formulato nella lingua del simbolo, una lingua primordiale e perciò sempre attuale.Valenza restituita in altra forma al mito e alla fiaba anche dalla visione psicoanalitica di Jung che, distinguendo tra subconscio personale e inconscio collettivo definiva quest'ultimo come costituito da immagini mitologiche tipiche e primordiali da intendersi come strutture psichiche universali e sempre identiche. Le immagini dell'inconscio collettivo, gli archetipi, vale a dire i modelli fondamentali della psiche umana comuni a tutti noi, sono ancor meglio distinguibili nelle fiabe che non nei miti, contaminati da elementi culturali. Le fiabe infatti, prive di connotazioni spazio-temporali, consentono di fruire maggiormente di immagini che contengono in sé, senza mediazioni, un forte potenziale evocativo e significante. In questo senso La Bella addormentata nel bosco o Rosaspina, fiaba ben nota nella versione tedesca dei fratelli Grimm, ha trovato un'interpretazione psicoanalitica di indubbio valore che riconosce al momento del bacio il significato di "principium initiationis", cioè momento del risveglio non fisico, ma della coscienza. "Passarono anni e anni, e nella regione arrivò un altro principe; erano trascorsi per l'appunto cent'anni: il giorno in cui Rosaspina doveva destarsi era venuto. Così quando il principe si avvicinò al roveto, trovò solo tanti bellissimi fiori che si districarono, lo lasciarono passare senza fargli alcun male e ricomponevano la siepe dopo il suo passaggio. Rosaspina dormiva, ed era così bella che il principe non poteva distaccarne lo sguardo, si chinò e la baciò. Toccata dal bacio Rosaspina aprì gli occhi, si svegliò e guardò amorevolmente il principe. Allora scesero insieme, e si svegliò il re, si svegliò la regina, si svegliò tutta la corte; si celebrarono con gran pompa le nozze del principe con Rosaspina e tutti e due vissero felici e contenti fino alla fine". Nell'interpretazione psicoanalitica della fiaba il principe non rappresenta dunque un fattore esterno, ma il risveglio di una parte tenuta inconscia dalla principessa, il risveglio della coscienza reso possibile da un simbolico bacio che attua il processo di individuazione della fanciulla, la liberazione del suo Io femminile a lungo catturato dalla preponderanza del materno. La regina impersona infatti la Grande Madre, figura archetipica che contiene sia la madre buona, dispensatrice di nutrimento e affetto, sia la madre cattiva, che castra e uccide il figlio, rappresentata dalla fata esclusa dalla festa della nascita della tanto desiderata bambina, e che predice l'incantesimo del fuso. Il maleficio della morte, mutato in sonno, è da intendersi come sonno della coscienza, il blocco del processo di liberazione dalla madre, superato solo nell'incontro con il principio maschile (animus), necessario perché avvenga la maturazione dell'Io femminile. Il bacio che rianima è anche il tema della favola pastorale Aminta di Torquato Tasso, rappresentato in mostra da una grande tela di Giovanni Carnovali detto il Piccio, che raffigura proprio il momento in cui Aminta, caduto da una rupe, svenuto e addolorato per la mancata corrispondenza d'amore di Silvia, ne riceve l'amato bacio:

Elpino:"Ma, come Silvia il riconobbe e vide / le belle guancie tenere d'Aminta / iscolorire in sì leggiadri modi / che viola non è che impallidisca / sì dolcemente, e lui languir sì fatto / che parea già ne gli ultimi sospiri / essalar l'alma: in guisa di baccante / gridando e percotendosi il bel petto, / lasciò cadersi in su il giacente corpo: / e giunse viso a viso e bocca a bocca. [] / Poi, sì come ne gli occhi avesse un fonte, / inaffiar cominciò co 'l pianto suo / il colui freddo viso, e fu quell'acqua / di cotanta virtù, ch'egli rivenne: / e gli occhi aprendo un doloroso ohimè / spinse dal petto interno; / ma quell'ohimè, chamaro /' così dal cor partissi, / s'incontrò ne lo spirto / de la sua cara Silvia e fu raccolto / da la soave bocca: e tutto quivi / subito raddolcissi".

Il tema del risveglio, fisico o morale, è affiancato nelle fiabe anche dal motivo della metamorfosi, del cambiamento migliorativo, come il mutamento dell'essere deforme trasformato in principe. Noto a tutti perché presente nella Bella e la Bestia, fiaba scritta nel 1757 dalla scrittrice francese Marie Leprince de Beaumont come adattamento alla storia originale di Gabrielle de Villeneuve, il tema trova posto già nei romanzi francesi del ciclo di re Artù, nel Lancelot ad esempio, nel quale la principessa viene mutata con arti malefiche in un drago spaventoso e può riprendere forma umana solo se baciata da un cavaliere abbastanza coraggioso da scoccarle "le fier baiser". Un tema poi emigrato anche nella letteratura italiana, ad esempio nell'Orlando innamorato di Boiardo e più tardi nella Donna serpente, fiaba teatrale tragicomica di Carlo Gozzi. Rappresentata nel 1762, vede in scena nel terzo atto Farzana, la fata che esorta Farruscad, re di Teflis, a scoccare il bacio che annullerà il maleficio che ha colpito Cherestanì, fata regina di Eldorado e sua sposa, resa mortale dal suo re ma divenuta un mostro, come previsto dall'incantesimo, perché maledetta dal marito entro otto anni e un giorno dalla celebrazione delle nozze. Riportiamo di seguito la descrizione del momento del bacio.

Farzana: "T'avvicina a quel sepolcro e colle labbra imprimi / all'oggetto che vedi un bacio in bocca". / Farruscad:"Degg'io temer por liberare la sposa / a por le labbra in sulle labbra fredde / d'un cadavere schifo? Altro ci vuole / a sbigottire un disperato amante. / Debil impresa è questa. Or lo vedrai".
(Corre al sepolcro, avvicina il viso per dare il bacio promesso. Esce dal sepolcro fino al petto un serpente con un'orrida / testa, apre la bocca facendo veder denti lunghissimi; avvicinasi al viso di Farruscad, il quale spaventato salterà / indietro e mettendo la mano sulla spada)
Farruscad: "Oimè! Misero me! Qual tradimento!" / Farzana: "Empio che fai? Sin'ora con la spada / vincer dovevi, e lo facesti ed ora / che co' baci deve esser la battaglia / ti manca il cor? Non tel diss'io che / il fine era più malagevole? Eseguisci / il giuramento tuo, se ti dà il core" / Farruscad:"Sì, mi dà il cor. Ribrezzo m'abbandona" []. / "Chiudansi gli occhi.Vincosi l ribrezzo / Dolce Cherestanì più non pavento / in van, mia cara, impaurirmi tenti".
(S'avvicina impetuoso al sepolcro. Esce il serpente. Dopo alcuni gesti di ribrezzo, e di risoluzione, Farruscad bacia il serpente [] Cambiasi il sepolcro in magnifico carro trionfale, sopra cui vedesi Cherestanì riccamente come regina vestita).


di Lorenza Tonani
Curatrice della mostra:
Il Bacio. Tra Romanticismo e Novecento
Pavia - Scuderie del Castello Visconteo
Viale XI Febbraio, 35 - Pavia
Dal 14 febbraio al 2 giugno 2009

Estratto dal testo in catalogo Silvana Editoriale