Arte

Boldini nella Parigi degli Impressionisti
Chi era il Boldini che si trasferì da Firenze a Parigi nel 1871?

Chi era il Boldini che si trasferì da Firenze a Parigi nel 1871?

Giovanni Boldini - La grande strada a Combes-la-Ville, 1873 Olio su tela, cm 69,2 x 101,4 Philadelphia Museum of Art, the George W. Elkins Collection, 1924 © Philadelphia Museum of Art, foto Graydon W

Chi era il Boldini che si trasferì da Firenze a Parigi nel 1871? Come si sviluppò la sua personalità da quel momento al 1886, durante il periodo aureo della rivoluzione impressionista? Cosa rimase di quell'esperienza in seguito, quando, a partire dagli anni Novanta, Boldini divenne uno dei più celebri ritrattisti dell'alta società?
A queste domande vuole rispondere la mostra dell'autunno 2009 di Palazzo dei Diamanti, che raccoglie un centinaio di capolavori provenienti da ogni parte d'Italia e del mondo.
"Prima di darmi ai ritratti facevo quadri di tutti i generi che sparivano facilmente perché avevo molto successo." Così, nel 1924, Boldini ricordava in una lettera al fratello Gaetano, i suoi primi anni di attività a Parigi quando, molto tempo prima di divenire uno dei più contesi ritrattisti del bel mondo internazionale, si era distinto come artista poliedrico capace di dare vita a dipinti di ogni tipo: dalle scene di genere alle vedute di città, dai paesaggi agli interni d'atelier, dai nudi ai ritratti. Tuttavia, in seguito, il successo riscosso da Boldini come ritrattista fu tale da far cadere ben presto nell'oblio, fino ad anni recenti, tutta la sua attività precedente. In particolare, è stata dimenticata l'attività dei primi quindici, fondamentali anni trascorsi nella capitale francese dal 1871 al 1886 quando, al pari dei colleghi impressionisti ma con uno stile diverso e personalissimo, Boldini seppe restituire l'atmosfera pulsante della capitale francese, imponendosi come uno dei protagonisti della rappresentazione della vita moderna.
A differenza delle rassegne precedenti, tutte antologiche, la mostra che Palazzo dei Diamanti dedica al maestro ferrarese indaga esclusivamente questo fondamentale capitolo della sua carriera per gettare nuova luce su una fase per lui determinante, ma ancora oggi poco studiata. Organizzata da Ferrara Arte e dal Clark Art Institute di Williamstown (Massachusetts), la mostra farà emergere tutta la complessità e il fascino della personalità boldiniana in quel quindicennio cruciale che condusse l'artista dall'esperienza macchiaiola, evocata nella prima sala della mostra, alla piena maturazione, negli anni Novanta, di quelle doti di ritrattista che da allora in avanti lo resero celebre nel mondo e i cui primi, eccezionali esiti concludono il percorso espositivo.
Ordinate in sezioni tematiche, le opere esposte, che certo devono molto agli incontri avuti con gli artisti che vivevano e lavoravano a Parigi giganti come Manet, Degas e Renoir, ma anche maestri allora più affermati, anche se oggi meno celebrati, come Fortuny e Meissonier, o i grandi stranieri Whistler e Sargent dimostrano però l'autonoma capacità di Boldini di osservare, indagare e restituire, con uno stile via via sempre più personale, il dinamismo della capitale francese.

Ad accogliere il visitatore è un breve prologo dedicato all'attività degli anni fiorentini, un'esperienza fondamentale per la formazione di Boldini che porta in sé premesse importanti per il futuro sviluppo della sua pittura. Una ristretta selezione di opere di questi anni testimonia come le doti innate di questo artista si siano affinate non appena entrarono in contatto con lo stimolante ambiente toscano degli anni Sessanta dell'Ottocento, un ambiente animato da un lato da un ricca e colta società cosmopolita e, dall'altro, dai ferventi dibattiti tenuti dal gruppo dei "macchiaioli", allora impegnati in un radicale e felice rinnovamento della pittura in senso antiaccademico.
A Firenze Boldini realizza alcuni dei suoi primi capolavori, come il Ritratto di Lilia Monti, uno dei primi e più significativi quadri della produzione giovanile che, all'impostazione classica unisce indizi di una libertà compositiva e stilistica del tutto nuova. Ben presto Boldini diverrà uno dei principali artefici della rivoluzione attuata in quegli anni nel genere del ritratto borghese, dando vita ad una rappresentazione del modello non più stagliato su uno sfondo neutro, come nel Ritratto di Lilia Monti, bensì all'interno di un ambiente, colto in attività quotidiane o in momenti di intimità, come nella piccola preziosa tavoletta in cui l'artista ritrae Le sorelle Lascaraky, o circondato dagli oggetti che parlano della sua vita e del suo status sociale, come nel Ritratto di Diego Martelli o nel bellissimo Autoritratto mentre osserva un dipinto (1), entrambi provenienti dalla Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti.

Dopo aver trascorso cinque mesi a Londra, nell'ottobre del 1871 Boldini giunge a Parigi convinto che il suo debba essere soltanto un soggiorno temporaneo. Qui trascorrerà invece il resto della sua vita, raggiungendo fama e successo. Boldini si dedica da subito alla realizzazione di quadri di genere allora molto richiesti dalla ricca borghesia europea e soprattutto americana. Ai dipinti di questa fase sarà dedicato un capitolo della rassegna. Ispirandosi ai quadri di genere in costume storico di maestri affermati come Meissonier e Fortuny, Boldini ne rinnova il cliché, ad esempio con Signora che legge o in Giorni tranquilli (2). Grazie ad uno stile elegante ed a una tecnica pittorica raffinata, Boldini viene eletto da subito come il più brillante interprete di quella pittura ricercata e l'erede indiscusso dei due capiscuola. In queste piccole e preziose tavolette ispirate talvolta ad un Settecento galante, come Due signore al pianoforte, talvolta a fantasie esotiche spagnoleggianti, come Serenata, Boldini esalta il gusto per la rievocazione storica, mentre in scene di vita contemporanea ambientate all'aperto, concilia questo gusto con la trascrizione del dato naturale e atmosferico caro agli impressionisti. Grazie agli uffici del famoso gallerista parigino Adolphe Goupil, ma anche di altri importanti mercanti europei e americani, i suoi quadri entrano da subito nelle maggiori collezioni del vecchio e del nuovo continente, come ad esempio quella di William Stewart a Parigi o quella dei Vanderbilt a New York.

Accanto alla produzione di genere Boldini realizzò, a partire dalla metà degli anni Settanta, una serie di vedute di città che colpirono profondamente i contemporanei e con le quali l'artista diede una sua personale interpretazione della realtà della vita moderna. In queste opere Boldini registra, come un cronista dotato di un'eccellente capacità analitica, la vita che scorre nelle piazze parigine (4), come nella celebre Place Clichy o in Attraversando la strada, o nelle vie della città dove passano veloci le carrozze e gli omnibus a cavalli, come accade in Uscita da un ballo mascherato, e restituisce "con una foga e un vigore eccezionali [] il movimento febbrile delle vie della capitale". Sono dipinti di un "realismo" singolare in cui il pittore ferrarese dimostra di padroneggiare sia il piccolo che il grande formato, basando ogni sua creazione sullo studio attento, talvolta ostinato, "del vero". Stimolato, al pari dei colleghi francesi Meissonier e soprattutto Degas, dai più recenti studi scientifici sul moto del cavallo, Boldini si dedica, tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta, ad uno studio approfondito dell'animale in movimento. Queste esplorazioni culminano in dipinti di formato monumentale frutto di un lungo e meditato lavoro che muove dallo schizzo al bozzetto prima di giungere all'opera finita: è il caso ad esempio de Il bimbo col cerchio e Due cavalli bianchi, frammenti rimasti di una grande composizione smembrata dopo la morte del maestro e che sarà ricomposta in occasione della mostra. Un altro esempio nel quale l'interesse dell'artista si incentra sul modo di raffigurare il movimento è Notturno a Montmartre, caratterizzato da una grande raffinatezza cromatica e da un'intonazione più poetica. La scelta di esporre queste opere accanto ad alcuni degli studi preparatori è volta anche a sfatare l'immagine ancora troppo diffusa di Boldini come grande "improvvisatore" e mostrare come, in molti casi almeno, i suoi lavori fossero frutto di uno studio attento e prolungato.

In questo periodo l'attenzione di Boldini si concentra sui molteplici temi della vita moderna che si svolge non solo all'aperto, come ad esempio gli studi dedicati all'universo femminile, singolari ritratti in cui Boldini indaga quel mondo con grande sensibilità, raffigurando donne in attività, come nel caso della sua allieva americana Ruth Sterling al cavalletto, o in momenti d'intimità, come nella Lettera mattutina (6), ma con una passionalità trattenuta e con una finezza pittorica di assoluto rilievo.

Tra il 1871 e il 1886 Boldini non registrò soltanto la realtà della città. Si spinse anche nelle campagne, lungo la Senna o sulla Manica, lavorando a vedute e paesaggi con figure che costituiscono la sua personale interpretazione della pittura en plein air. Tra i più felici esiti di questa produzione vi sono la meravigliosa Grande strada a Combes-la-Ville (3) del Philadelphia Museum of Art, il luminoso dipinto Le lavandaie, esposto al pubblico l'ultima volta nel 1935 e rintracciato per questa rassegna, o la piccola, deliziosa tavoletta intitolata Il ritorno dalla pesca della fine degli anni Settanta. Sono dipinti di grande fascino, contraddistinti da una particolare sensibilità per la luce e da quella capacità che tanto colpì Diego Martelli di "scoprire minuzie impossibili di colore e di forma a tre miglia di distanza", qualità che lo imposero agli occhi della critica dell'epoca come uno tra i più "eminenti rappresentanti della pittura di paesaggio in Francia".

In questi anni Boldini, come Degas, è particolarmente attratto dalla vita notturna dei teatri e dei caffè concerto di Parigi: appassionato melomane fin dagli anni della giovinezza, a Parigi Boldini frequentò assiduamente gli ambiente della musica e del teatro anche per studiare i personaggi che li animavano e creare, in piena sintonia con la poetica impressionista, uno straordinario diario della vita parigina contemporanea. In esso sono ritratti musicisti e direttori d'orchestra colti nell'esercizio della loro arte, platee di spettatori divenuti improvvisamente inconsapevoli protagonisti della scena, ballerine ritratte nello sforzo ma anche nella grazia della loro performance, uomini e donne spiati mentre si intrattengono nei locali notturni, come in Studio per il caffè rosso del Museum of Fine Arts di San Francisco o, ancora, cantanti ritratte nei caffè concerto o negli eleganti salotti musicali che l'artista era solito frequentare insieme ad amici e colleghi come nella Cantante mondana (7).

Un intero capitolo della mostra è dedicato al tema tutto boldiniano delle vedute d'atelier. Riprendendo l'indagine iniziata a Firenze quando l'atelier era uno dei fondali prediletti dei suoi ritratti, Boldini sviluppa un interesse preciso per questo soggetto attorno alla metà degli anni Ottanta. Da questo momento la sua attenzione si focalizza, sempre più prepotentemente, sugli oggetti della sua casa e del suo studio. Ma se inizialmente questi scorci costituiscono solo lo scenario nel quale l'artista ambienta le visite degli amici "conoscitori" e pittori o delle modelle, come nel bellissimo Donna in nero che guarda il "Pastello della signora Emiliana Concha de Ossa" (9), a poco a poco gli ambienti e gli oggetti in essi contenuti divengono i protagonisti stessi di questo universo "privato". Il pittore disegna e dipinge: mobili, strumenti di lavoro, suppellettili contraddistinti da un valore affettivo particolare come il suo pianoforte o il calco del Cardinale de' Medici del Bernini qui ritratto nel 1899 nella camera del pittore o ancora quadri a lui cari, custoditi gelosamente per anni nel suo atelier, come le due tavolette Interno dello studio con il ritratto della giovane Errazuriz e Interno dello studio del pittore con il ritratto del piccolo Subercaseaux. Queste opere, intelligenti interpretazioni in chiave moderna del tema del "quadro nel quadro" che aveva impegnato anche Manet, si caricano negli anni di tratti fortemente autobiografici, divenendo quasi una sorta di "diario privato per immagini" della vita e dell'opera dell'artista.

La mostra approfondirà, infine, l'evoluzione dello stile di Boldini nel genere del ritratto, dalle effigi ufficiali, a quelle che ritraggono amici e colleghi.
Dopo l'esperienza fiorentina, Boldini torna a praticare il ritratto con rinnovato slancio attorno alla fine degli anni Settanta, decidendo infine di dedicarvisi completamente. Determinante in questo senso fu il legame con la contessa Gabrielle de Rasty la quale, divenuta sua amante e musa ispiratrice, lo introdusse nella cerchia di una nuova committenza altolocata. L'artista attinge a piene mani all'arte dei grandi maestri del passato conosciuti e studiati, oltre che a Parigi, durante viaggi in Olanda, in Italia e in Spagna. Facendo propri i loro insegnamenti, sperimenta una grande varietà di soluzioni compositive: quelle più classicheggianti, come il ritratto equestre di Alice Regnault del 1878 circa (5), oppure altre dai tratti più moderni e audaci che colpirono e talvolta sconcertarono il pubblico e la critica. Di quest'ultima tipologia fanno parte il ritratto a pastello di Verdi (8), "terribilmente vivente" come esclamarono i critici al tempo, o l'omaggio fatto nel 1882 alla vedova di Fortuny. Nel campo del ritratto Boldini si misura direttamente con mostri sacri come Manet, con il quale condivide la committenza e la cerchia di amicizie, come testimonia il bellissimo ritratto di Henri de Rochefort del 1880-81, proveniente dal Musée d'Orsay, coevo a quello del maestro francese, e successivamente con Sargent e Whistler quando, con gli anni Novanta, si afferma come uno dei più contesi pittori dell'alta società europea ed americana.


È proprio con opere di questa fase che si chiude il percorso espositivo, in particolare con alcuni tra i più celebri ritratti realizzati negli anni Novanta che compongono l'epilogo della mostra. Le sue grandi effigi a figura intera furono notate dal pubblico e dalla critica per la sensualità e la carica vitale di cui erano pervase, per il dinamismo delle linee e la sapienza tecnica, doti che, unite ad un'acuta capacità di introspezione psicologica, permettono al ferrarese di imporsi come indiscusso innovatore dell'antica arte del ritratto. Fra le composizioni più celebri di questi anni vi sono quella del collega Whistler (11) del Brooklyn Museum, che sarà presentato in Italia per la prima volta dopo oltre cento anni da quando Boldini stesso lo espose alla Biennale del 1905, o alcuni tra i suoi più famosi e affascinanti ritratti muliebri, come quello di Madame Max (10), di Lady Colin Campbell (12) e di Cléo de Mérode (13), capolavori assoluti con cui il ferrarese diede vita all'icona stessa dell'ideale femminile del tempo: un perfetto connubio di eleganza, sensualità e inquietudine.