Convegno
La struttura della società e le forme dell'abitare nel terzo millennio. Risultati e proposte
San Leucio (Caserta) - Complesso monumentale del Belvedere
5 febbraio 2010
Si è svolto il 5 febbraio 2010 presso il Complesso monumentale del Belvedere di
San Leucio a Caserta il convegno “la struttura della società e le forme
dell'abitare nel terzo millennio” promo incontro del laboratorio permanente di
architettura sul Mediterraneo organizzato dall'Ordine degli A.P.P.C. di Caserta
con ospite relatore il prof. Aldo Masullo
Hanno tenuto relazioni introduttive il Preside della Facoltà di Architettura di
Aversa prof.arch,. Camine Gambardella, il Sindaco della Città di Caserta ing.
N. Petteruti, il maestro Andrea Sparaco, il Presidente dell'Ordine degli Architetti
P.P.e C. di Caserta arch. Domenico De Cristofaro ed in rappresentanza del
Consiglio Nazionale degli Architetti P.P. e C. l'arch. Paolo Pisciotta.

Da sinistra: il prof. Aldo Masullo, gli architetti Bruno Saviani, Domenico De Cristofaro e Paolo Pisciotta
Soddisfatto il Presidente Arch. Domenico De Cristofaro per la nutrita
partecipazione di architetti, insegnanti di varie scuole presenti sul
territorio, dirigenti scolastici e artisti.
Come ha ricordato nella sua relazione il coordinatore dell'evento arch. Bruno
Saviani, “ gli architetti, gli insegnanti, gli artisti, sono prima di tutto
cittadini a cui sta a cuore la sorte dello sviluppo del territorio e dello
spazio prossimo da condividere. Prima di qualsiasi tentativo di rincorrere
regole risolutive di una pianificazione è necessario incoraggiare la
partecipazione attiva e interessata di chi normalmente abita le nostre città”. Prende
parte ai lavori il Preside della Facoltà di Architettura della SUN, che
incoraggia gli architetti a guardare lontano perché possano riassumere i segni
dell'architettura e proiettarli nel più probabile scenario socio-economico dei
prossimi decenni. Il Presidente dell'Ordine degli Architetti e PPC di Caserta
arch. Domenico De Cristofaro raccoglie l'invito del Sindaco di Caserta ing. N.
Petteruti, a partecipare attivamente alla pianificazione urbanistica della
Città in quanto agli architetti è riconosciuta la piena competenza per tale
compito e quindi invita con ottimismo tutti gli architetti giovani a guardare
con convinzione al ruolo sociale della professione dell'architetto affinchè
l'architettura produca insieme alla sana politica l'educazione al rispetto ed
allo sviluppo dell'ambiente.
Quindi il caloroso intervento del filosofo Aldo Masullo ha trattenuto
l'attenzione dei circa duecento partecipanti al convegno.

Vista della sala gremita
Relazione di Aldo Masullo
Architetti ricreate la città - Architettura e mondi di vita
La modernità nascente, tra la fine del XVI secolo e gli inizi del XVII, fu
segnata dall'avvento della scienza matematica della natura, opposta nel suo
estremo qualitativismo dell'antica e medievale scienza metafisica.
S'inaugurò allora lo sviluppo di un'antropologia che, spinta a pensare in
termini meccanici il corpo, si costrinse a ridurre il mentale a pura, astratta
idealità. Primo modello ne fu la tesi cartesiana delle due sostanze, la
“pensante” e l'”estesa”, ognuna irriducibile all'altra.
Nonostante le vigorose controffensive di straordinari pensatori come Vico, Leibniz,
Hume, divenne via via irresistibilmente dominante una ideologia della scienza,
nel cui quadro il pensiero era sradicato dalla natura e ridotto a suo estraneo
e imbarazzante ospite, mentre l'intera natura vivente e lo stesso corpo umano
come suo pezzo tendevano ad essere identificati con inerti congegni smontabili
e misurabili. In altri termini la biologia si appiattì sempre più sulla fisica.
Il nesso tra soggettività mentale e l'oggettività naturale, che pure era
rimasto al centro del sapere, fino alla tecnica di Leonardo nel XV secolo e
ancora alla filosofia di Bruno nel XVI, venne reciso. Si finì per concepire separatamente
(astrattamente) l'uomo, soggetto “senza mondo”, delimitata entità di pensiero,
e l'ambiente mondo “ senza soggetto”, recipiente neutro, pronto con piena
indifferenza a contenere qualsiasi cosa.
Nel XIX secolo tale propensione ebbe comunque l'oggettivo merito di rinforzare,
nell'ideologia positivistica, la resistenza della razionalità ai vari assalti
delle romantiche fantasie vitalistiche.
Solo sul finire dell'Ottocento e poi nella prima metà del Novecento il
pregiudizio cartesiano fu rovesciato, senza con ciò intaccare il diritto della
ragione, anzi facendo maturare la criticità, la consapevolezza che il suo
potere non è illimitato ma è l'unico strumento di giudizio e quindi di libertà
di cui l'uomo dispone. Nella cultura del secolo XX, la critica della
“soggettività” dissolve l'astratta dualità di corpo e mente. Si può allora dire
che il “soggetto” è morto, perché è nata la “ soggettività”. La quale non è un
ente, il modo d'essere, che nell'uomo è completo, essendovi coinvolti corpo,
anima e mente.
Nella cultura europea tra prima e seconda guerra mondiale, il nuovo modo di
pensare avanza in parallelo ma in reciproca indipendenza nei saperi
naturalistico-biologici e nella critca filosofico-antropologica. Gli studi
etologici e neurologici di quegli anni mostrano che non può pensarsi l'ambiente
come un intero spaziale e il vivente come una sua parte, ossia l'uno come un
recipiente e l'altro come un suo occasionale contenuto, bensì come i due
aspetti complementari di un'unica realtà, la cui dinamica funge nel circolo di
movimento corporeo e percezione psichica. Insomma l'ambiente non è più pensato
come lo spazio di una catena di processi fisico-chimici, in sé estraneo
all'organismo che vi si trova, ma come sistema integrato di rapporti tra il
singolo organismo e il “suo” ambiente o, si può dire, l'”intimità” del loro
essere insieme. L' ”ambiente” allora non si riduce più ad un contenitore privo
di senso, ma è un “mondo”, un ordine di soggettivi “sensi”. Per distinguere
tutto ciò dall'astratta ambientalità spaziale, il biologo Jacob von Uexkùll
parlò di Um-welt, di “mondo proprio” di ciascuna specie di organismi.
Ben più radicalmente si può dire che ogni “mondo proprio”, orizzonte degli
indici vitali del comportamento di un individuo, come certamente tocca
all'essere umano. Edmund Husserl lo designò come “mondo-di-vita”. In quanto
l'individuo e l'ambiente crescono insieme, “con-crescono”, solo la loro
inestricabile unità è il “con-creto”. Karl Jaspers nel 1919 scrisse che “
l'immagine del mondo” , l'ambiente emotivamente vissuto ed esperito negli
oggetti che vengono rappresentati “ è concresciuto intimamente con noi”.
Gli architetti citano spesso il celebre testo di Martin Heidegger su “costruire
abitare pensare”. Ancor più utile, per capire cos'è “abitare”, sarebbero le sue
pagine del 1927, quand'egli ribadiva la sua fondamentale intuizione. L'
“esserci”, il mondo umano di esistere “ primariamente e continuamente è nelle
cose, poiché provvedendo ad esse, e avendole a cuore, in qualche modo giace
nelle cose. Ognuno è ciò che egli stesso coltiva e cura.... E' nell'immediato e
appassionato essere spersi nel mondo che dalle cose viene riflesso sull'esserci
il suo proprio sé ”.
Non continuo nell'evocare gli sviluppi della nuova antropologia, che liquida
finalmente l'abusato schema cartesiano. Mi chiedo piuttosto se e quanto essa
sia penetrata nella coscienza dell'architetto. Certo fin dall'antico l'architettura
ha posto l'attenzione sul nesso tra l'oggettività del suo prodotto e la
soggettività abitante. In una pagina significativa del De Architectura Vitruvio
considera “decoro naturale” la scelta di “regioni saluberrime e fonti di acque
idonee” per ergervi templi ad Esculapio e alle altre divinità curatrici, dal
momento che la guarigione più rapida, ottenuta per la salubrità del luogo,
“guadagna maggiori lodi alla divinità”. Qui evidentemente la salubrità non è
una scelta funzionale, aiuto oggettivo alla guarigione dei corpi, ma il voler
soddisfare esigenze soggettive profonde, di massa, come il credere in
rassicuranti potenze protettici.
Il voluto effetto di una simile scelta è solo un esemplare elemento di quel “
complesso di fattezze sensibili” in cui, come dicono i lessici, consiste il
“paesaggio” di una località. Il “paesaggio” ormai si sa, non è un mero dato,
bensì ogni volta l'interazione attuale tra oggettivi stati di cose e un
soggettivo sentire, pensare, desiderare. IL “paesaggio” non è un “ambiente”
dato, ma un “mondo vissuto”. Agli architetti raramente tocca intervenire su un
puro “ambiente” da riempire con un “mondo”. Nella nostra realtà, sempre più “storica”,
cioè sedimentata di vissuti, affollata di attive “macerie”, gli architetti si
trovano inevitabilmente a lavorare dentro il vivo corpo di “mondi” esistenti, e
il loro compito è di trasformarli. Bene perciò ammoniva nel 1983 Vittorio
Gregotti: “ il peggior nemico dell'architettura moderna è l'idea dello spazio
considerato semplicemente nei termini delle esigenze tecnico-economiche,
indifferente al problema del luogo.
E' evidente che il paesaggio italiano è il modo italiano di esser umani così
com'esso si è venuto determinando nella dinamica della società italiana. Fuori
dai sociologismi di maniera, e contro ogni resa al bruto determinismo
modificativo, mero effetto delle forze sociali in campo, l'architettura può concorrere
potentemente a trasformare il nostro paesaggio, se del suo vissuto sa cogliere,
sotto l'appariscente velame delle atte alienazioni, i desideri più profondi e
vitali. Un esempio. Il paesaggio urbano italiano, come dovunque in Europa e nel
Mondo, è dalla sua crescente plurietnicità forzato a modificarsi.
Per l'architettura la sfida oggi è la trasformazione delle nostre città da affollati
“ambienti” multietnici in creativi “mondi” interetnici.

Il prof. Aldo Masullo, l'arch. Umberto Panarella ed il maestro Andrea Sparaco