Tutti gli architetti di sinistra contro la "Bara" Pacis (ma non si deve rimuovere)
di Giovanna Vitale per La Repubblica - 2 maggio 2008
I grandi architetti, si sa, non sono mai stati teneri fra loro. Gente abituata a combattersi a colpi di visioni e di progetti per affermare una propria idea di città spesso in distonia con quella dei colleghi. Tuttavia, al netto di un giudizio poco lusinghiero sull'opera di Meier, quasi tutte le star dell'urbanistica bocciano l'idea del neosindaco di Roma.
Massimiliano Fuksas, in missione in Cina, pensa sia uno scherzo. «Vuole
abbattere la teca dell'Ara Pacis? Basta che non faccia uguale con il Palazzo dei
Congressi disegnato da me» replica allegro. Ma quando gli spieghi che no, non è
uno scherzo, Alemanno l'ha appena annunciato, si fa serio: «Tutti sanno, per
averlo scritto e detto, che quel contenitore non mi piace perché altera gli
equilibri della piazza. Ma quando una cosa è fatta, la gente ci sta dentro,
beh, demolirla mi pare una cosa talmente assurda che non ci credo».
Eppure forse una spiegazione c'è: uno dei superconsulenti che l'ex ministro di An
vorrebbe in Campidoglio è il lussemburghese Lèon Krier, influente architetto
neo-tradizionale, acerrimo "nemico" di Richard Meier, nonché autore
di un progetto alternativo per la risistemazione di piazza Augusto Imperatore.
«Conosco Krier» sbuffa Fuksas, «è l'urbanista della casa reale inglese, uno che
pensa che l'architettura s'è fermata al '700. Se fosse per lui tutte le macchine
sparirebbero e si tornerebbe ai landò».
Della stessa idea Paolo Portoghesi: «Sarebbe stata meglio non costruirla, ma
demolirla è un lusso che non ci si può permettere. Già si è speso il doppio del
previsto, tirarla giù costerebbe altrettanto». Meglio, semmai, «apportare
quelle modifiche già suggerite a suo tempo: radere al suolo il muro che
nasconde la facciata del Valadier insieme alla fontana che sembra quella di una
stazione di quart'ordine. Così da consentire il recupero dell'antico porto di Ripetta
seppellito sotto la terra usata per riempire i muraglioni del Tevere».
Ugualmente incredulo è Vittorio Gregotti, che dal suo studio di Milano tuona:
«È una tale scemenza che dubito avrà conseguenze. Mi rifiuto di fare un
discorso serio su una proposta tanto assurda e priva di senso». Giudicata dal
collega Paolo Desideri come «una trovata da bar sport: la città è un organismo
che sopravvive a se stesso grazie alla sua lenta e inesorabile modificazione.
Senza, non sarebbe più una città bensì una mummia. Non esiste alcuna amministrazione
che abbia, per motivi ideologici, speso denaro pubblico per un'operazione
simile. Perciò, come cittadino, sfido Alemanno a dimostrare che spendere altri
300 milioni per levare la teca di Meier sia più giusto che lasciarla».
L'unico entusiasta è Carlo Aymonino: «Bravissimo!» esclama l'architetto 82enne,
«mi piacerebbe lavorarci col nuovo sindaco. Io l'ho sempre considerata un
cesso, bastava fare un cubo di vetri e, passando, tutti l'avrebbero vista l'Ara
Pacis. Così non si capisce un cazzo!».
Una voce isolata. A parte Vittorio Sgarbi, anche il giudizio di critici e
intellettuali è unanime. «Gli interventi fatti coi soldi dei contribuenti non
possono essere ostaggio delle forze politiche che si alternano al governo del
paese o di una città» stigmatizza Achille Bonito Oliva. «Non esiste un gusto di
Stato. Decidere di abbattere l'opera di Meier mi sembra l'inizio preoccupante
di una destra che non ha mai amato il contemporaneo».
Idem la scrittrice Dacia Maraini: «Non è che mi piaccia molto ma ormai sta lì,
è costata tanto ed è una pazzia buttarla giù. Tra l'altro è firmata da una star
dell'architettura, mica da un geometra». Anche perché «Roma» sospira Carla Fracci
«ha problemi più seri che spostare la teca dell'Ara Pacis».