L'università e il Governo. La fabbrica dei docenti
di Francesco Giavazzi
La situazione nelle nostre università è paradossale. Studenti e professori
protestano contro una riforma che non esiste; il ministro, preoccupato dalle
proteste, non si decide a spiegare quel che intende fare per riformare
l'università. L'unica certezza è che nei prossimi mesi si svolgeranno nuovi
concorsi per 2.000 posti di ricercatore e 4.000 posti di professore ordinario e
associato, ai quali seguiranno, entro breve, altri 1.000 posti di ricercatore. In
tutto 7.000 posti, più del dieci per cento dei docenti oggi di ruolo.
I 4.000 posti di professore saranno semplicemente promozioni di persone che
sono dentro l'università. Le promozioni avverranno secondo le vecchie regole, cioè
con concorsi finti. E' assolutamente inutile che un giovane ricercatore che
consegue il dottorato a Chicago o a Heidelberg faccia domanda: di ciascun
concorso già si conosce il vincitore. I 3.000 concorsi per ricercatore
assicureranno un posto a vita ad altrettanti dottorandi che lamentano la loro
condizione di precari. In tutte le università del mondo ad un certo punto si
ottiene un posto a vita, ma ciò avviene solo dopo aver dimostrato ripetutamente
di saper conseguire risultati nella ricerca.
Qui invece si chiede la stabilizzazione per decreto senza neppure che sia
necessario aver conseguito il dottorato. Il ministro ha ereditato questi
concorsi dal suo predecessore e non pare aver la forza per cambiarli e
assegnare i posti secondo criteri di merito piuttosto che di fedeltà. Gli
studenti ignorano tutto ciò e sembrano non capire l'importanza di meccanismi di
selezione rigorosi, in assenza dei quali le università che frequentano vendono
favole. In quanto ai professori, buoni, buoni, zitti, zitti. Se questi concorsi
andranno in porto ogni discussione sulla riforma dell'università sarà d'ora in
poi vana: per dieci anni non ci sarà più posto per nessuno e ai nostri studenti
migliori non rimarrà altra via che l'emigrazione.
La legge finanziaria dispone un taglio ai fondi all'università che è significativo,
ma non drammatico: in media il 3% l'anno (1,4 miliardi in 5 anni su una spesa
complessiva di circa 10 miliardi l'anno). Si parte da tagli quasi nulli nel
2009, mentre poi le riduzioni diverranno via via crescenti per raggiungere la
media del 3% nell' arco di un quinquennio. Il taglio non è terribile, anche
considerando che la stessa Conferenza dei rettori ammette che in Italia la
spesa per studente è più alta che in Francia e in Gran Bretagna. Comunque
reperire risorse è sempre possibile: ad esempio, si potrebbero cancellare le
regole sull' età di pensionamento approvate dal governo Prodi, ritornare alla
legge Maroni e investire i denari così risparmiati nella ricerca e
nell'università. Né mi parrebbe osceno far pagare tasse universitarie più
elevate alle famiglie ricche e usare il ricavo in parte per compensare i tagli,
in parte per finanziare borse di studio per i più poveri.
Come spiega Roberto Perotti in un libro che chiunque si occupa dell'università dovrebbe
leggere («L'università truccata», Einaudi, 2008) tasse uguali per tutti sono un
modo per trasferire reddito dai poveri ai ricchi. I dati dell'indagine sulle
famiglie della Banca d'Italia, citati da Perotti, mostrano che il 24% degli
studenti universitari proviene dal 20% più ricco delle famiglie; solo l'8%
proviene dal 20% più povero. Nel Sud la disparità è ancora più ampia: 28%
contro 4%. Il ministro Gelmini afferma che il suo modello è Barack Obama: forse
il ministro non sa quanto costa a una famiglia americana mandare il figlio in
una buona università. In una delle migliori, il Massachusetts Institute of Technology,
la frequenza costa 50.100 dollari l'anno (40.000 euro), ma il 64% degli
studenti che frequentano il primo livello di laurea riceve una borsa di studio.
Corriere della Sera - 28 ottobre 2008