Le università italiane sono in mano ai baroni, non sono i migliori ad occupare le posizioni più importanti
Intervista di Daniela Cipolloni ad Antonio Iavarone
Il Mattino di Napoli, 11 ottobre 2007
L'Università italiana è sotto schiaffo. Protestano i ricercatori precari,
costretti ad emigrare per mancanza di opportunità. Lamentano di essere stati
beffati i 500 «cervelli» rientrati con il decreto Moratti e che ora, in scadenza
di contratto, saranno costretti a rifare armi e bagagli. Piovono accuse anche
dal neo premio Nobel per la medicina Mario Capecchi, per il quale l'Italia non
dà spazio ai giovani. «Il sistema universitario italiano è malato e corrotto.
Per cambiarlo servono misure radicali, una rottura con il passato».
Antonio Iavarone, originario di Benevento, oncologo pediatra di fama
internazionale, lavora da 10 anni alla Columbia University di New York. È stato
costretto ad abbandonare l'Italia, insieme alla moglie Anna La Sorella, per
aver denunciato un clamoroso caso di nepotismo al Policlinico Gemelli di Roma.
Professor Iavarone, è allarmato dalla fuga dei cervelli?
«Parlare di fuga dei cervelli è un errore. In campo scientifico è giusto che le
persone vadano all'estero per formarsi nei migliori laboratori. Non è positivo
che un ricercatore resti nello stesso posto, come erroneamente si pensa in
Italia. L'immobilismo equivale a perpetrare il sistema inefficiente e corrotto
che c'è ora». Ma chi va all'estero, poi non torna. «Il problema italiano è la
mancanza di competitività. L'Italia non è un paese capace di attirare gli
scienziati di alto livello. Negli Stati Uniti, invece, le università competono
per accaparrarsi i migliori scienziati. L'Italia non è considerata un'opzione
valida per chi sta all'estero».
Quali sono i mali da cui è affetta la nostra università?
«Le università italiane sono in mano ai baroni, non sono i migliori ad occupare
le posizioni più importanti. È un sistema che non si basa sul merito, ma sul
clientelismo: si fa carriera per conoscenza. La bravura non paga. Poi c'è il problema
dei finanziamenti. Si investe poco, ma soprattutto si investe male. È sbagliato
reclamare più soldi alla ricerca, se si continua a finanziare cattiva ricerca».
Nei giorni scorsi il ministro Mussi ha sbloccato 20 milioni di Euro per
l'assunzione di mille ricercatori, ma restano in vigore i vecchi concorsi.
«È un segno della volontà di illudere di cambiare le cose, ma di non farlo
realmente. Venti milioni di euro sono una bazzecola e i concorsi sono l'emblema
della "malauniversità". Nella maggior parte dei paesi occidentali non
si "entra" per concorso. I ricercatori vengono scelti per le loro
capacità, per le pubblicazioni che hanno prodotto, per le scoperte che hanno
fatto. Il mestiere di scienziato è un mestiere competitivo, dove non ci sono
certezze. Il posto fisso è contrario al concetto di eccellenza».
Come giudica il programma del rientro dei cervelli promosso dall'ex ministro Moratti?
«Si tratta di iniziative propagandistiche, forse utili ad allocare posti, a
dare un contentino ai precari. Lo dico chiaramente: è una presa in giro
all'italiana. Così si getta solo fumo negli occhi, che serve solo a mantenere
esattamente lo status quo, senza cambiare nulla».
Che cosa propone?
«Il parametro del successo è la capacità di cercare un ambiente internazionale.
L'Italia dovrebbe seguire l'esempio della Spagna e di Singapore e creare centri
di ricerca internazionale, gestiti da autorità riconosciute dalla comunità
scientifica e popolati da scienziati che lavorano al top della ricerca
scientifica. Centri di ricerca in cui i ricercatori siano scelti per i loro
meriti reali. Non sulla base di concorsi fasulli».
Un sogno?
«Spero di no, forse qualche cosa si sta muovendo. Nel corso della precedente
legislatura, si è discusso della possibilità di realizzare un centro del genere
a Benevento. Sarebbe necessario un investimento da 140 milioni di euro per 5
anni. Ma sono scettico sulla volontà politica di cambiare rotta. Ci sono
interessi forti a mantenere il sistema com'è, perché se si creasse
competitività molte delle strutture che oggi operano chiuderebbero battenti».