Gli architetti-Attila contro il piano casa
di Vittorio Sgarbi
Attila disse: «salviamo l'Italia». In prima pagina della Repubblica di ieri
appariva un appello di tre architetti, tra i principali vandali del nostro
tempo, che chiedono «un sussulto civile delle coscienze di questo Paese» contro
«la proposta di liberalizzazione dell'edilizia, annunciata dal presidente Berlusconi».
Firmano l'appello Gae Aulenti, Massimiliano Fuksas, Vittorio Gregotti: «Le
licenze facili e i permessi edilizi fai da te decretano la fine delle nostre
malconce istituzioni. Il territorio, la città e l'architettura non dipendono da
un'anarchia progettuale che non rispetta il contesto, al contrario dipendono
dalla civiltà e dalle leggi della comunità. La proposta di liberalizzazione
dell'edilizia, annunciata dal presidente Berlusconi, rischierebbe di
compromettere in maniera definitiva il territorio. Ecco perché c'è bisogno di
un sussulto civile delle coscienze di questo Paese».
E il sussulto viene da alcuni dei principali responsabili degli orrori che
hanno sfigurato il volto delle nostre città e del paesaggio. Non si vorrebbe
credere. Potrebbe sembrare una burla, probabilmente non lo è e certamente
otterrà numerose firme di complici e non ingenui cittadini insieme a quelle di
molti che amano il loro Paese e avvertono il pericolo reale. Perché, sia ben
chiaro, la preoccupazione è lecita, ma ci vogliono veramente le facce toste dei
tre architetti citati per mettersi a capo di una rivolta contro quella
«anarchia progettuale che non rispetta il contesto» di cui proprio loro sono
stati i principali protagonisti.
Se l'Italia è devastata non lo è soltanto per l'abusivismo ma per quella
associazione a delinquere di architetti che, spesso in virtù della loro
notorietà e delle benemerenze ottenute con la complicità di partiti o di
consapevole amministrazione di centrosinistra o di raggirate amministrazioni di
centrodestra che li hanno sostenuti, hanno sfigurato i centri storici e il
paesaggio, adesso hanno il coraggio di firmare appelli.
Dobbiamo ricordare che Gae Aulenti ha distrutto il disegno di piazza Cadorna a
Milano con architetture che hanno sfregiato gli edifici ottocenteschi pre
esistenti, deliberatamente; ha devastato il centro storico della bellissima
città di Alcamo con pigne e sfere e corpi illuminanti come traversine
ferroviarie disseminati nella piazza principale, senza alcun rispetto
dell'armonia dei luoghi; che Fuksas ha inflitto il Palafuksas a Torino, una
grottesca scatola scambiata per chiesa a Foligno, e immaginato un grattacielo
come un sigaro nel golfo di Savona, con una allegra spudoratezza; che Gregotti
ha circondato il Villaggio Pirelli alla Bicocca a Milano con una serie di
ripetitive «scatole da scarpe» e ha costruito il quartiere Zen a Palermo
dichiarando che mai ci sarebbe andato ad abitare per l'orrore che ne provava.
E Fuksas ha dimenticato la cementificazione di Paliano sotto il castello
Colonna con una serie di alloggi come forni crematori? O una serie di edifici
per la cooperativa Ernica inflitti alla bella Anagni? O l'incredibile municipio
della città di Cassino con le facciate (deliberatamente) sul punto di crollare,
forse per una non scaramantica allusione a Tangentopoli o a un terremoto? E non
ha risparmiato neanche Civita Castellana con le cappelle per il nuovo cimitero,
giochi insensati per morti reali. Provate ad entrare nel nuovo padiglione
dell'abbigliamento a Porta Palazzo a Torino per capire fino a che punto può
arrivare la perversione dell'architetto indignato. Neppure Gregotti si è risparmiato.
Dopo lo Zen si è applicato all'Università delle Calabrie, gigantesca struttura
lineare a ponte, tutta di cemento armato, che si sviluppa perpendicolarmente
alle creste delle montagne vicino a Cosenza. E non ha mancato neppure di
colpire Venezia con il quartiere residenziale a Cannaregio.
L'Italia è disseminata di turpi architetture firmate, l'emblema delle quali è,
nel cuore di Roma, la teca dell'Ara Pacis di Richard Meyer. E ora, come tre
vispe terese, arrivano Aulenti, Fuksas e Gregotti a protestare contro il
cemento selvaggio. Si preoccupano; e magari fossero in malafede. No, sono
semplicemente smemorati. Firmano in tre, risponderanno in tremila, cercheranno
di garantirsi una immunità per distinguersi dagli speculatori; cercheranno di
sollevare una questione morale, troveranno complici. In Italia si arrestano,
per associazione a delinquere, le Marchi madre e figlia, ma quelli che hanno
distrutto le nostre città sono in prima fila contro Berlusconi per chiamarsi
fuori, per scandalizzarsi. L'Associazione pedofili fonda un asilo e sarà bello
leggere i nomi dei sottoscrittori. Il rischio del provvedimento del governo non
va nascosto, non è da questo pulpito che vogliamo essere messi in allarme. Ma
forse scopriremo domani che Repubblica ha inaugurato la rubrica giornalistica
di «Scherzi a parte». D'altra parte gli architetti italiani hanno spesso
determinato equivoci. Qualche tempo fa il grande regista Werner Herzog in
visita a Sciacca vide il teatro della città in costruzione da più di trent'anni,
e immaginò di tenerlo come scenografia di un'opera wagneriana facendolo saltare
con la dinamite. Impresa impossibile per la quantità di cemento armato
impiegato per la costruzione del mostruoso edificio che Herzog giudicò
evidentemente voluto dalla mafia. Il sindaco convenne sulla visione
immaginifica di Herzog ma non mancò di farmi notare che l'opera non era il
progetto di un geometra locale ma del grande architetto Giuseppe Samonà
professore di Urbanistica all'istituto universitario di architettura di
Venezia.
Vedo ora, su Internet, che fra i nuovi firmatari dell'appello del trio c'è
anche Pierluigi Cervellati, e questo mi rassicura. Spero ora che egli richiami
i limiti della proposta del governo indicando nel trio degli architetti
proponenti l'appello i responsabili e non le vittime dello scempio annunciato e
da loro già realizzato.
Il Giornale, 11 marzo 2009