Conversazione con Ivana Riggi
A cura di Marcello Silvestro
Non c'è infatti miglior modo per apprendere nozioni
su quest'arte [la pittura] che parlandone spesso
con chi è bene informato al riguardo
ANDRÉ FÉLIBIEN
Ivana, so che hai appena scritto “Anisette e gli altri”. Forse dovremmo
cominciare la conversazione proprio da qui. Com'è che un architetto “ben
informato” sull'architettura e sul design, che progetta e realizza gioielli,
scrive un libro di racconti?
Inizio a rispondere ringraziando per l'invito a conversare con te proprio
all'interno del portale Archimagazine che, come sai, rappresenta per me un
amato “luogo d'incontro“ con tanti architetti, designers, artisti, giornalisti,
imprenditori, critici che ho, appunto, intervistato. “Anisette e gli altri”,
pubblicato dalla A&B editrice, è un libro di mini racconti onirici
maturati, in realtà, nel tempo ossia dal 2006 a oggi. La raccolta descrive dei
viaggi immaginari che proiettano i protagonisti e lo stesso lettore in luoghi
talvolta definiti, talvolta no, dove lo spazio e il tempo perdono consistenza
per poi ricomporsi proprio quando tutto sembra perduto o dissipato… I
personaggi, anche quelli apparentemente secondari poco considerati o
inimmaginabili, finiscono con lo scoprirsi, essi stessi, protagonisti e a
prendere una certa robustezza proprio quando meno ci se lo aspetta. È una
meditazione che è partita da me per poi essere trasferita agli altri, la
chiamerei “una comunicazione metaforica” che è, appunto, una delle mie forme di
espressione. All'interno della raccolta ho coinvolto alcuni amici: Giulio
Carra, scrittore e giornalista, che ha scritto la prefazione; Luciana
Gruttadauria, psicologa, che ha tracciato la postfazione. A metà del libro c'è
un “regalo”, una “interfazione” ossia otto haiku scritti da Riccardo Duranti,
poeta, docente universitario alla Sapienza di Roma e Premio Nazionale del
Ministero dei Beni Culturali nel 1996 per la traduzione. Il suo dono
inaspettato, essendo io un'esordiente, mi ha lusingata e incoraggiata molto:
non mi capita tutti i giorni di essere apprezzata da una persona di questa
levatura! Giulio, Luciana e Riccardo sono tre persone generose e profonde,
qualità che prediligo e i loro interventi sono stati motivo di confronto che vorrei
trasferire, insieme agli scritti, al lettore.
La mia formazione è quella di architetto per cui voglio essere informata
sull'architettura e il design del panorama sia odierno che storico; mi piace
progettare gioielli che per me rappresentano delle microprogettazioni, delle
“architetture a piccola scala”che hanno come riferimento il corpo e il suo
comportamento. Scrivere dei racconti ha significato, forse, maturare e
riportare con un linguaggio diverso ciò che ho metabolizzato e imparato anche
dalle informazioni di settore, dalla progettazione, dai vari incontri. Alla
fine credo di avere una grandissima curiosità nei confronti dell'essere umano e
del suo fare che diventano, insieme, il perno centrale da cui irradio quello
che faccio. Personalmente non credo che ogni singola attività svolta debba
essere posta e catalogata in dei recipienti chiusi: voglio pensarli aperti in
grado di far fluire i contenuti dell'uno nell'altro e viceversa con molta
prudenza, però, a non fare confusione.
Leggo sempre con particolare interesse le tue interviste ai designer e ai
vari attori che operano nel campo. Quale la conversazione che più ti ha colpito
e lasciato il segno?
Mi ricollegherò, in parte, a quanto detto nella domanda precedente senza,
però, cercare di dribblare la risposta … Il segno me lo hanno lasciato tutti!
Ti spiegherò il perché e poi mi soffermerò meglio. Quando contatto qualcuno è
perché mi ha colpito già da prima qualche suo progetto, pubblicazione, video.
Provo a fissare un'intervista per un paio di volte, se poi l'interlocutore non
risponde vorrà dire che è impegnato o che più semplicemente, per varie ragioni,
non ne ha voglia. Non insisto tantissimo perché mi piace che l'affinità nasca
spontanea: insomma entro se mi aprono subito, o quasi, la porta. In questo modo
si crea un'empatia nella comunicazione che è più sincera. Imparo da loro, mi
tengo aggiornata, e contemporaneamente lo fa il lettore. In questo clima ognuno
dà un contributo ed è importante; ritorno al concetto dei recipienti aperti di cui
sopra. Penso a Claudio Caramel, di cui apprezzo il rigore etico, la vasta
cultura e il modo di progettare scrupolosamente a trecentosessanta gradi; Alba
Cappellieri che sta dando un grande energico apporto nel fare capire, studiare
e progettare le logiche di un settore come quello del gioiello creando un
ottimo connubio tra storia e contemporaneità: la sua è una comunicazione
profonda e vivace; Tobia Scarpa che con le sue risposte ha segnato un saggio
filosofico molto profondo a tratti giustamente “tagliente”; GianCarlo Montebello per il modo assolutamente moderno, innovativo ma assolutamente garbato con cui affronta la progettazione dei suoi monili; Matteo Thun per il suo grande rispetto per l'ambiente; Michele De Lucchi per il modo in cui ci ha
raccontato le sue creazioni tanto poetiche; Fabio Novembre per il modo
apparentemente bizzarro di rispondere che, invece, lancia diversi messaggi; Virginio
Briatore che mi ha affascinata per il vissuto pieno di storie da raccontare,
per il grande apporto che dà scrivendo, tra le tante cose, pure su molti
giovani designer “non famosi”; Giorgio Tartaro per la freschezza con cui ci
presenta e descrive in maniera puntuale gli architetti e i designers; poi ci
sono Enrico Morteo e Luigi Prestinenza Puglisi, critici che ci hanno mostrato i
loro punti di vista dettagliatamente. Nelle “ricostruzioni storiche” ci sono
sicuramente: Marco Albini, Giovanna Castiglioni, Donatella Calabi, Jacopo
Gardella che hanno saputo riportarci, con i loro racconti, alla grande umiltà e
maestria dei loro padri; Corrado Balistreri Trincanato per come ci ha fatto
rivivere da vicino il clima della Facoltà di Architettura di Venezia ai tempi
di Giuseppe Samonà e della zia Egle Renata Trincanato. Tra gli artisti ricordo
Giuliano Grittini che presentando il suo percorso da fotografo ci ha riportato
il grande personaggio di Alda Merini (ed ecco che la scrittura in qualche modo
ritorna …) e Mario Caramel, marinaio, musicista, scrittore che mi ha
sicuramente lasciato un segno per il grande coraggio legato alle sue profonde
scelte esistenziali e per il modo in cui vive sinceramente e totalmente l'arte.
Tra le esperienze fatte per il 4amagazine, cito in particolare la compostezza
creativa di Sou Fujimoto, il cui linguaggio progettuale è molto interessante
e l'aspetto profondamente ludico ma concreto di Dodo Arslan.
Come interpreti lo stato attuale del design?
È una domanda che pongo spesso anche io e di cui attendo ansiosa la
risposta ... Tenterò. Credo che ci si sia allontanati troppo dalla formula di
Achille Castiglioni “per progettare bisogna osservare”. Penso che purtroppo sia
stata abbondantemente sostituita da “per progettare bisogna apparire”. Forse
scarseggia la curiosità, l'interesse è più legato a un ritorno economico, ci
sono poche opportunità di lavoro che portano i progettisti a un egoismo e a una
forma di malsana competizione che distoglie dal fare bene e analizzando, il farsi
notare a tutti i costi ha soffocato il processo sostanziale. D'altro canto
manca anche una buona dose di coraggio nel cercare di evitare le solite
proposte omologate per paura di un rifiuto da parte di un mercato spesso
superficiale e spietato. Con ciò non voglio dire che manchino dei progetti
interessanti, ci sono (magari anche più di quanto si consideri) ma vengono
soffocati e messi in ombra dalla massa amorfa che purtroppo fa tanto volume e
rumore.
Anche scenografa di un film. Tutti questi ruoli rendono il tuo approccio
veramente multidisciplinare, difficile in questi mondi sempre più selettivi e
concentrati. Mi colpisce come tu possa attraversarli con elegante leggerezza.
Il film “Un uomo nuovo”, che attualmente è in fase di montaggio, è un
lungometraggio per il grande schermo, che è stato finanziato con il programma
“Sensi contemporanei” dal Ministero dei Beni Culturali in collaborazione con la
Regione Sicilia, girato in Sicilia. La regia è di Salvatore Alessi, che è
anche un pittore, la storia sceneggiata da Ubaldo Scarantino, è liberamente
ispirata al romanzo “Cogli la rosa evita le spine” (prima ed. Il Filo 2007,
seconda ed. A&B editrice 2010) di Adriano Nicosia, mio marito, e la
scenografia è appunto mia. Il progetto è nato dall'idea di quattro persone (mi
verrebbe da cantare: … eravamo quattro amici al bar…), under quaranta, che
convogliando le loro energie sono riuscite a realizzarla. In realtà per me non
è stata la prima esperienza scenografica, avevo partecipato alla lavorazione di
un lungometraggio a Roma, con attori abbastanza noti, l'anno scorso. Poi a
queste quattro figure-base se ne sono aggiunte tante altre tutte
indispensabili e il lavoro è diventato corale e ancora più stimolante. Questo
non vuol dire che tutto sia stato una “favola infinita”, durante la lavorazione
non sono mancati i momenti di grande tensione e gli scontri, ma è stata
un'esperienza molto positiva. Nel cast di “Un uomo nuovo” ho lavorato con Nino
Frassica, Orio Scaduto, Ottavio Amato, attori di teatro come Roberto Burgio,
Andrea Galatà, il giovane Elio D'Alessandro, Chiara Muscato. Se non ti
soffermi solamente agli aspetti tecnici e artistici che ti competono ma volgi
occhi e orecchie pure altrove impari veramente tanto! Gli attori si esprimono
principalmente con il corpo che è la scala di riferimento dei gioielli, per
esempio … Per quanto riguarda la scenografia, ci sono molti rimandi
all'architettura: nella scelta delle locations, nella sistemazione degli
interni … Vedi? Tutto torna! La leggerezza da te espressa, ti ringrazio per
l'elegante, credo che appartenga alla mia natura che è un po' da volatile.
Vuoi parlarmi di alcuni momenti chiave della tua attività, che hanno
proiettato e portato avanti il tuo modo di operare?
Mah, non butto via niente anche ciò che in un arco di tempo mi sembrava
“perso” e mi ha delusa o fatto arrabbiare mi è tornato utile successivamente e
con altri sapori, odori, colori … Probabilmente ci cascherò sempre lo stesso:
mi scoraggerò o mi adirerò perché sono abbastanza emotiva, ma so che
raccoglierò ugualmente qualcosa. I momenti chiave della mia attività sono stati
quelli in cui sono riuscita a realizzare i miei monili, racchiusi in poche
collezioni sotto il marchio Elementi. Sono stati decisivi perché, sbagliando o
azzeccando, mi sono comunque sentita autonoma, totalmente svincolata da logiche
aziendali che dovevano capeggiarmi in qualche modo, ma soprattutto senza essere
la schiava mentale di nessuno. È stata una sensazione di concretezza, perché
avevo qualcosa di reale tra le mani, ma allo stesso tempo di grande libertà.
Quali figure hanno influenzato il tuo lavoro?
Tantissime, tantissime: sono una ladra, ho “rubato” da tutti! Attenzione
per “rubare” non intendo fregare il prossimo, intendo imparare. Non lo faccio
per umiltà, è un valore in cui credo parecchio ma non so se riesco a
comprovarlo (magari!), i miei sono furtarelli da bambino, da “caruso”, come si
dice dalle mie parti, che sta lì e assorbe come una spugna chiedendosi
spesso: “perché?” In questi anni ho conosciuto di tutto: da gente che aveva
come base d'istruzione la quinta elementare, a quelli con più lauree e
premiati; dagli impiegati agli artisti … Chiaramente, non sempre il livello
d'istruzione coincide con quello culturale che è qualcosa di immenso in grado
di spaccare e superare qualsiasi tipo di gerarchia legata al “comune senso di
potere”. In tal senso, a volte, sono rimasta veramente sorpresa. Non so se è un
difetto ma non sono inizialmente selettiva, difficilmente ho dei pregiudizi,
non mi piacciono. In pratica devo dire grazie veramente a parecchie persone …
Poi ce ne sono alcuni in particolare che devo ringraziare perché oltre ad
avermi influenzata sono stati “generosi”, ma non è questa la sede per farlo e
ne ho molto pudore. Sono giardini che coltivo con amore.
Cosa stai preparando ora?
Sto portando avanti diversi cose, alcune da sola, altre in squadra. Tra le
prime ci sono una nuova collezione di gioielli, di cui vedrò i campioni giusto
la prossima settimana e degli scritti che spero di raccogliere in un altro
libro; tra le seconde quello che mi stimola maggiormente è un nuovo progetto cinematografico.
Andrà bene, andrà male? Sarà quello che deve essere … Continuo a vivere!
Note biografiche
Ivana Riggi, classe 1972, siciliana, precisamente di Caltanissetta dove al
momento risiede. Conseguita la maturità scientifica si laurea alla Facoltà di
Architettura di Palermo, nell'indirizzo di progettazione architettonica.
Successivamente realizza da sola alcune architetture d'interni per privati e un
piccolo bar. Contemporaneamente porta avanti la sua passione per il design,
occupandosi anche di alcuni lavori di grafica. Nel 2006 si avvicina al settore
orafo progettando la serie ELEMENTI che fa realizzare. Nel 2008 consegue la
specializzazione in “Design del gioiello contemporaneo” presso il Politecnico
di Milano. Ha collaborato con la Roberto Giannotti srl. Espone in alcune mostre
personali italiane ed estere; ricordiamo “VicenzaOro” e “Contemporary Jewels in
Stark” a Berlino. Nel 2009 è tra i sessanta designers internazionali
selezionati per la mostra “Gioielli di carta” e nel 2010 tra i trentadue
all'esposizione “Titani preziosi”. Entrambi gli eventi si sono tenuti al
Triennale Design Museum di Milano ed Electa-Mondadori gli ha dedicato due
pubblicazioni. “Gioielli di Carta” sarà esposto anche al Triennale Design
Museum di Seul in Corea tra dicembre 2010 e febbraio 2011. Nel 2010 cura la
scenografia del lungometraggio cinematografico “Un uomo nuovo”. Nello stesso
anno pubblica il libro di racconti “Anisette e gli altri”, A&B editrice.
Ha iniziato a scrivere per la rivista telematica Oltrepensiero; oggi è il
corrispondente design in Italia per il 4amagazine e collabora con il portale
telematico Archimagazine, dedicato alla cultura del progetto, curato da
ricercatori e docenti universitari.