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Etica, Estetica, Superficie Sciare nei giorni nuvolosi non è come sciare sotto il sole. Aristotele, nel primo libro de "La metafisica", scrisse: "Preferiamo la vista a tutto, non soltanto ai fini dell’azione, ma anche quando non dobbiamo fare nulla. La causa di ciò consiste nel fatto che la vista ci dà conoscenza più di tutti gli altri sensi, e ci rivela molte differenze". Il senso della vista ha bisogno della luce perché il sensore - gli occhi - capti le differenze. Ma abbiamo visto che le differenze si mostrano in due modi distinti; quello delle differenze illuminate dal sole e quello delle differenze illuminate dal cielo nuvoloso. La luce del sole produce le differenze nelle forme tridimensionali, invece quella ovattata dalla nuvola riduce ogni cosa a due dimensioni. Meno energia è dunque meno informazione? La percezione è proprio uno scambio di informazioni e di energia, e se si volesse assumere anche nell’ambito dei sensi qualcosa come la legge di conservazione dell’energia si dovrebbe dedurre che, per chi percepisce, la somma dei segnali di tutti i sensi deve essere costante. Per cui, se la vista non è aiutata a sufficienza dalla luce, si supplisce con informazioni fornite da altri sensi. Effettivamente chi non vede è più attento al suono o sente il movimento di persone o di oggetti attraverso lo spostamento dell’aria. Il neonato utilizza la sua bocca come l’elemento privilegiato di conoscenza del mondo esterno e mano a mano che comincia a vedere e udire diminuisce sensibilmente la dipendenza totale della bocca anche se la bocca continua ad essere il sensore importante fino all’età avanzata. Avviciniamoci dunque di più alla percezione della superficie ricordando anche che i sensi direttamente o indirettamente hanno bisogno di una interfaccia, o soglia, nel cui ambito avvengono gli scambi di informazioni e di energia. La superficie è una interfaccia, una unità apparentemente bi-dimensionale che separa due stati diversi della materia. Sì, la superficie ha un’altezza, ma bisogna definire la sua scala dimensionale in rapporto al tipo di percezione di cui si parla. Ho iniziato a scrivere questo articolo a Milano e al mattino sono arrivato a Tokyo dopo 11 ore di volo diretto. Da diecimila metri di altezza la superficie sembrava fatta di tante piccole colline tutte uguali; unite insieme formavano incavi e convessità, per cui la superficie appariva come un foglio di carta spiegazzata. E’ la stessa leggerezza della penombra, la penombra di Tanizaki (Elogio dell’ombra), che preferisce la leggera luce diffusa che viene dallo Shoji (parete coperta di carta di riso) piuttosto che quella diretta del sole nelle stanze; o preferisce un lume di candela o una lampadina al tungsteno poco forte piuttosto che la luce fluorescente. Si potrebbe allora dire che una buona "visione" della superficie è quella che limita in qualche modo la presenza di segnali luminosi per dare spazio a segnali di altro tipo. Il giardino del Tempio del muschio a Kyoto è un buon esempio di una simile percezione multimediale: lo splendore delle forme e dei colori dei tappeti di muschio è reso evidente dalle ombre e dalla penombra create da diversi tipi di luce. Anche l’olfatto è attivato, perché l’odore dell’umido esalta la percezione del muschio, e rappresenta in un certo senso l’essenza dell’estetica della gente di Kyoto, tanto orgogliosa del proprio passato e della propria città. Vedere una superficie - e, in sostanza, conoscerla o capirla (cosa più difficile) - non è quindi solo "metterla in luce", ma anche "metterla in ombra", pratica, come si è detto, accuratamente seguita in Giappone. Da tener presente, a questo punto, che le latitudini del meridione del Giappone corrispondono al meridione in Italia. Il sole giapponese è identico al sole mediterraneo, almeno dal punto di vista delle caratteristiche delle luci geograficamente distinte. Nel sud d’Italia le tapparelle o le persiane delle case vengono chiuse durante le ore in cui il sole batte forte. Che differenza c’è fra la luce diffusa giapponese e la penombra mediterranea? O anche, in che modo concepiamo la natura della penombra mediterranea rispetto a quella orientale? Torniamo alla "legge di compensazione" dei sensi. Se eliminiamo tutti e cinque i sensi, anzi i sei intendendo per sesto la mente, siamo esattamente nello stato suggerito dal sutra del cuore (Hannyashingyo in giapponese) con la preghiera: MU (nulla) GEN (occhio) NI (orecchio) BI (naso) ZETSU (lingua) SHIN (corpo) I (mente). Si raggiunge cioè un livello di massima capacità di riflessione e di comprensione dell’essere, livello che in molte filosofie occidentali coincide con i più ambiziosi obiettivi dell’etica. Scaturisce allora, assieme alla sua risposta, una domanda che può dare qualche senso a questo non certo chiarissimo (anzi piuttosto ombroso) excursus sulla percezione della superficie : che differenza c’è tra la percezione occidentale e quella orientale? La risposta è che l’ETICA quando si sposta all’est diventa EST-ETICA cioè ESTETICA. |