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Progettare è evocare
di Riccardo Dalisi

"Raccogliti in te stesso... dato che puoi, in qualunque momento tu voglia, ritirati in te stesso.

Perché‚ in nessun luogo più tranquillo e calmo della propria anima ci si può ritirare; soprattutto se si ha hanno dentro di sé‚ principi tali che, al solo contemplarli si acquista una perfetta serenità. E per serenità non intendo altro che ordine interiore. Concediti quindi costantemente questo ritiro e, in esso rinnovati". (Marco Aurelio)

È una massima che Marco Aurelio, tutt’altro che asceta o monaco, costantemente dedito all’azione e circondato di uomini e problemi d’ogni sorta per il suo mai negato ruolo di imperatore romano, rivolgeva costantemente a se stesso. È una massima le cui radici affondano nella notte dei tempi, ancora oggi carica di senso filosofico e morale, imperituro per la genuinità e fertile potenziale di verità che contiene.

Ma essa genera anche altre possibili estensioni di pensiero, indica un vero e proprio luogo interiore, che altrove egli chiama "Cittadella interiore" (non dice di credervi, ma solo di sperimentarla) quale sede di tutto ciò che per noi è più prezioso ed anche la fonte delle idee e di tutto ciò che può ispirarci. Essa è meta e origine di tutto ciò che è contributo di conoscenza, nel senso di saggezza, di esperienza effettiva ed anche di impulso e suggerimento d’azione creativa. È la sede della distanza morale dalle cose, dalle contraddizioni (dal molteplice, direbbe Plotino). Anche ai nostri giorni qualcosa di simile potrebbe essere ravvisato nell’impegno morale di un Natoli nel cui pensiero nessuna ricompensa nel trascendente è ravvisabile nella sua articolata visione di "un’etica del finito".

A questa esperienza e visione, a questa realtà tipicamente umana, da tutti più coscientemente sperimentabile ed inespugnabile, mi riferisco e mi richiamo costantemente.

Ravviso lì il luogo della fonte creativa, oltre che filosofica e, morale; lì risiede l’equilibrio e la salute del nostro essere, lì tutta la nostra possibilità di conoscenza e di guarigione.

Questo metodo è rivolto prevalentemente ai giovani con i quali ho avuto tanta continua dimestichezza didattica; infatti io penso che questo possa globalmente giovare per uscire dalla dilagante frequentazione di crisi più o meno profonde. Ne ho avuto sovente il sentore e questo mi ha incoraggiato a tentarne una maggiore diffusione. L'organo da attivare è l’ascolto, termine altrove già usato, e solo di recente utilmente in voga (Richeur).

Questo luogo non è propriamente identificabile con il pensiero, né con la ragione, anche se entrambi vi possono abitare. Per meglio comprendere, immaginiamo lo spazio interiore di un poeta: è ben altro rispetto al suo pensare e ragionare; da questi ultimi non scaturisce né l’intuizione, né la decisione, né il metro di valutazione della sua poesia. Pensiero e ragione potranno stare accanto, disponibili ed all’erta mentre egli opera o essere come assenti e lontani: egli ha conquistato a lungo l’arte di tenerli a bada.

L’intelligenza poi me la figuro come un lampo, una lucidità che a me sembra fondamentale e centrale solo per certi artisti. Per Plotino era il punto di unione sommo con l’Uno. Il metodo suggerito ed utilmente sperimentato è di allenarsi a riferirsi a tale spazio, a tale cittadella, riconoscerla, costituirla e ampliarla: perciò "progettare senza pensare".

È chiaro che in fasi successive entreranno in azione sia il pensare sia il ragionare, sia la guida dell’intelligenza. Sarà al centro sempre l’ascoltare lo spazio interiore, il momento più alto (ed invincibile per Marco Aurelio).

Perchè Marco Aurelio? È un filosofo, ci aiuta ad indagare; ma egli è anche "maestro di vita". Le sue massime e riflessioni le rivolge a se stesso, non predica, tutt’al più consiglia.

Trovo stupefacente il fatto che invece di evocare la musa, come avevano fatto Parmenide o Omero e tanti altri, egli faccia premettere le sue riflessioni dal lungo elenco dei suoi debiti morali e di conoscenza, a cominciare dai suoi genitori, dal fratello, dagli amici... così da ricavarne un lungo elenco di qualità e di acuti insegnamenti; in più nel riconoscere gli altri, ciò che sono e che possono dare, individua le qualità di cui ha potuto far tesoro, per sé, lungo tutta la vita.

Indica un metodo: anche per un architetto o designer o artista sarebbe possibile rimembrare tutti quelli verso cui egli sente di avere un debito morale, che gli hanno insegnato qualcosa nella difficile via della conquista della propria capacità professionale e creativa.

Architetti e designer mi hanno insegnato cose fondamentali: ognuno qualcosa di diverso; il rigore, la capacità di essere essenziali, la ricchezza formale, l’amore per i materiali, la dissonanza, la concettualità, il colore, ecc. Da questo punto di vista gli antichi, i recenti, i contemporanei, sono tutti ugualmente utili. Ebbene, tanta disparità e diversità dove va a finire e come si compone? Senza sentirmi un eclettico, non credo di avere esclusività e preferenze, tutti alloggiano molto bene in me. Costituiscono una estesa popolazione in me (ognuno può molto ampliare quello che già possiede). Quella popolazione è ben viva, ad essa si sommano i poeti, i filosofi e gli artigiani, gli amici e tutti gli altri. Infine il riferimento alla Natura: un bagno nel più profondo delle emozioni che Essa mi può dare: è rinnovante, è necessario. Essa non è un bene di consumo, è molto di più, è il mistero del mondo che si mostra, è noi stessi. È, inoltre, una fonte inesauribile di suggerimenti, di insegnamenti, di immagini.