Narrativa e Saggistica

Titolo: Proprietà e libertà
Autore: Richard Pipes
Editore: Lindau
Collana: Biblioteca
Traduzione dall'inglese: Lucilla Congiu
Pagine: 520
Formato: 14x21 cm
Anno: ottobre 2008
ISBN: 978-88-7180-764-5
Prezzo (di copertina): 32,00 Euro

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In questo saggio incisivo e brillante Richard Pipes afferma che la proprietà privata è da sempre un ingrediente decisivo non soltanto del programma economico, ma della libertà e della democrazia. A sostegno della sua tesi prende in esame una vasta gamma di sistemi nazionali e politici, dimostrando che la proprietà privata è servita nei secoli a limitare il potere dello Stato e a permettere alle istituzioni democratiche di evolversi e prosperare.
Partendo dalla Grecia e da Roma, a cui dobbiamo la nostra nozione di proprietà privata, Pipes prosegue mostrandoci come questo concetto si è sviluppato nel tardo Medioevo con l'espansione dei commerci e il sorgere delle città. Quindi contrappone l'Inghilterra - una nazione in cui i diritti di proprietà e la democrazia parlamentare sono cresciuti di pari passo - alla Russia, dove per secoli le limitazioni alla proprietà sono state sistematicamente complici di regimi autoritari. Infine, propone alcune riflessioni sulle tendenze attuali e future negli Stati Uniti.
Proprietà e libertà è un contributo penetrante e originale alla riflessione politica su un argomento di importanza essenziale.

L'AUTORE
RICHARD PIPES
, professore emerito di Storia presso il Baird Research Center della Harvard University, è autore di numerosi libri e saggi, tra i quali A Concise History of the Russian Revolution e Il regime bolscevico: dal terrore rosso alla morte di Lenin. Negli anni 1981-1982 è stato consulente per gli affari sovietici e l'Est europeo presso il National Security Council del presidente Reagan. Ha ricevuto due volte la Guggenheim Fellowship. Vive tra Cambridge, in Massachusetts, e Chesham, nel New Hampshire. È il padre del neocon Daniel Pipes.


RICHARD PIPES
Proprietà e libertà
«L'esperienza totalitaria conferma che,
come la libertà esige la tutela dei diritti di proprietà,
così la lotta per instaurare un illimitato potere personale sui cittadini
esige la distruzione del loro dominio sulle cose,
poiché questo consente loro di sottrarsi al controllo onnipervasivo dello Stato.»
Richard Pipes

Proprietà e Libertà è un robusto saggio storico sull'idea di proprietà e la sua storia nel corso dei secoli, dalle origini classiche (Atene e Roma) alle sue più recenti declinazioni occidentali, in particolare statunitensi.

Lo firma Richard Pipes, ex docente di Harvard di origine ebraico-polacca, il quale apporta alla sua analisi la prospettiva innegabile di chi, nella propria esperienza sia esistenziale che accademica, ha incontrato i diversi volti del totalitarismo del '900: da quello nazista (l'invasione tedesca della Polonia nel '39 costrinse lui e la famiglia all'esilio negli Stati Uniti), a quello fascista (i Pipes vissero per qualche tempo in Italia, prima di approdare definitivamente negli USA), a quello comunista (da grande studioso qual è della storia della Russia sovietica).

Tra i tre regimi egli individua una connessione precisa: hanno tutti fondato la propria ascesa e la propria permanenza al potere su politiche di indebolimento della proprietà privata, minando alla base l'indipendenza economica dei cittadini.

Questa interpretazione fornisce a Richard Pipes la chiave di lettura per ricostruire l'intera storia della Proprietà, prima come idea e poi come istituzione, dall'antichità classica al XX secolo.

A questi due aspetti sono dedicati esplicitamente i primi due capitoli (L'idea di proprietà e L'istituzione della proprietà), condotti in prospettiva panoramica e di ampio respiro; l'analisi dunque prosegue, con un taglio monografico, in quelli successivi. In particolare, nei capitoli centrali (il tre e il quattro) egli prende in esame due casi paradigmatici e opposti di approccio al fenomeno: l'Inghilterra, dove la nascita della democrazia parlamentare ha conciso con la nascita e il consolidarsi dell'istituto di proprietà, e la Russia, nella quale la soggezione all'assolutismo zarista e l'assenza dei diritti civili e politici ha il suo pendant in un regime patrimoniale che fece di tutto per ostacolare il sorgere della proprietà privata.

Infine, l'autore ci porta nel terreno più familiare della contemporaneità, spostando il suo sguardo sull'evoluzione della nozione di proprietà nel secolo appena trascorso. A essa è dedicato il quinto capitolo, che si apre con la ricostruzione dei rapporti tra proprietà e regimi totalitari, secondo la chiave di lettura di cui sopra, per poi proseguire con l'analisi delle complesse manifestazioni che la proprietà assume nelle moderne democrazie occidentali, in particolare negli Stati Uniti.

Capitolo per capitolo, Richard Pipes guida il lettore in una disamina rigorosa e penetrante di alcuni snodi della nostra storia e delle dottrine politiche che li hanno ispirati, e lo aiuta a capire i tanti risvolti del rapporto che lega libertà e proprietà.


L'indice dell'opera


DAL LIBRO PROPRIETÀ E LIBERTÀ
Introduzione
Non c'è nulla che colpisca l'immaginazione e ridesti le emozioni dell'umanità in modo tanto generalizzato quanto il diritto di proprietà.
William Blackstone1

La proprietà non è mai stata abolita né mai lo sarà. Il problema è semplicemente stabilire a chi spetti detenerla. E il sistema più equo che sia mai stato inventato è quello in cui tutti, anziché nessuno, [sono] proprietari di qualcosa.
Andrew N. Wilson2

Il tema su cui è incentrato questo libro è diverso da quelli degli altri che ho scritto finora, i quali (fatta eccezione per un manuale sull'Europa moderna a uso dei college), trattavano tutti della Russia, passata o presente. E tuttavia esso scaturisce in modo naturale dai miei precedenti lavori. Infatti, dal momento in cui ho iniziato a interessarmi seriamente alla Russia, mi sono reso conto che uno dei tratti distintivi essenziali tra la sua storia e quella degli altri paesi europei è lo scarso sviluppo in essa del concetto di proprietà. Gli storici occidentali (a differenza dei loro colleghi filosofi e politologi) danno per scontata tale istituzione: ben di rado le dedicano una qualche attenzione, sebbene essa sia intimamente connessa con tutti gli aspetti della vita dell'Occidente, e malgrado il suo enorme ruolo nella storia del pensiero occidentale:

Se cercate la parola «proprietà» negli indici analitici dei libri dedicati all'evoluzione della mentalità americana, probabilmente non troverete nulla. Scorrete con lo sguardo la lista: [troverete] «progresso», «proibizione», […] e poi una lacuna nel punto in cui vi aspettereste di vedere il termine «proprietà». L'elenco prosegue passando direttamente a un'altra parola, ad esempio «prostituzione»3.

Nel caso della Russia, non è la presenza della proprietà a essere data per scontata, ma la sua assenza. Uno dei temi centrali della riflessione politica occidentale nel corso degli ultimi 2500 anni è stato il dibattito relativo ai vantaggi e agli svantaggi della proprietà privata; ebbene, nella storia del pensiero russo questo argomento è menzionato raramente, a causa della convinzione pressoché unanime che la proprietà sia un male assoluto.
La parola «proprietà» evoca in noi l'idea di una serie di oggetti fisici quali beni immobili, conti bancari, azioni e obbligazioni. Ma in realtà essa ha un significato assai più ampio, in quanto nel mondo moderno viene ormai applicata in misura crescente a beni immateriali quali crediti, brevetti e diritti d'autore. Inoltre, come metteremo in evidenza al momento opportuno, nel XVII e XVIII secolo il termine ha acquistato un significato ancor più onnicomprensivo nel pensiero occidentale, fino a includere tutto ciò che è possibile rivendicare come proprio, a cominciare dalla vita e dalla libertà. L'intero patrimonio concettuale moderno in materia di diritti umani ha origine in questa definizione estensiva del concetto di proprietà, come osservava già duecento anni fa James Madison:

Proprietà […] nella sua accezione più specifica designa «quel dominio che un uomo rivendica ed esercita sugli oggetti del mondo esterno, a esclusione di ogni altro individuo». Nel suo significato più ampio e più corretto, però, essa include tutto ciò a cui un uomo può attribuire valore e avere diritto, e ciò che lascia un'analoga opportunità a chiunque altro. In base alla prima accezione, si dicono «proprietà» di un uomo le sue terre, le sue merci o il suo denaro, in base alla seconda, un uomo può essere «proprietario» delle sue opinioni e della possibilità di esprimerle liberamente. Una proprietà a cui egli attribuisce un particolare valore è costituita dalle sue opinioni religiose, nonché dalla loro professione e dalle pratiche che ne scaturiscono. Un altro bene il cui possesso gli sta particolarmente a cuore è la sicurezza e la libertà della sua persona. Analogamente, egli possiede il libero uso delle sue facoltà e la libera scelta degli oggetti rispetto ai quali esercitarle. In breve, se è lecito dire che un uomo ha diritto alle sue proprietà, si può anche affermare che egli ha la proprietà dei suoi diritti.4

All'incirca quarant'anni fa mi venne l'idea che la proprietà, intesa sia nel senso ristretto che in quello ampio del termine, sia la chiave per comprendere l'origine delle istituzioni politiche e giuridiche che garantiscono la libertà. Quest'idea divenne la premessa del saggio sulla storia politica russa che pubblicai nel 1974 con il titolo di La Russia: potere e società dal Medioevo alla dissoluzione dell'Ancien Régime5, in cui sostenevo che il totalitarismo, il quale raggiunse il culmine in Unione Sovietica, affondava le sue radici nel sistema di governo «patrimoniale» prevalente per gran parte della storia russa, un sistema che non riconosceva alcuna distinzione tra sovranità e proprietà, consentendo così allo zar di agire tanto come reggente quanto come proprietario del suo regno.
L'idea che libertà e proprietà siano correlate tra loro è tutt'altro che nuova - nacque nel XVII secolo e divenne di dominio pubblico nel XVIII - ma, per quanto ne so io, nessuno finora ha tentato di dimostrare tale correlazione in base a prove storiche. La bibliografia su ognuno dei due argomenti è sterminata: esistono centinaia, se non migliaia di saggi sul concetto di proprietà, e altrettanti su quello di libertà. Tuttavia, essi procedono su binari separati. I libri sulla libertà si concentrano sull'evoluzione della nozione e sulle istituzioni politiche che la garantiscono, trascurandone in pratica il substrato economico, così come i tipici trattati economici di storia della proprietà ne ignorano gli aspetti politici e culturali. I testi giuridici sull'argomento, in genere, tralasciano in egual misura tanto la dimensione filosofica quanto quella economica e politica. Di conseguenza manca una spiegazione, basata su concreti documenti storici, degli specifici processi in virtù dei quali la proprietà dà origine alla libertà, mentre la sua assenza rende possibile il sorgere di regimi autoritari basati sull'arbitrio.
È questa la lacuna che ho pensato di colmare, partendo dall'ipotesi che esista un'intima connessione tra le garanzie pubbliche del diritto di proprietà e la libertà individuale: in sostanza che, mentre una qualche forma di proprietà è possibile anche senza la libertà, il contrario è praticamente inconcepibile.
Per verificare la validità di tale ipotesi, ho iniziato a esaminare il rapporto tra proprietà e sistemi politici sin dagli albori della storia scritta. Quando ho iniziato a imbarcarmi in quest'impresa, non avevo la più pallida idea di quanto si sarebbe rivelata difficile. Certo, ero consapevole dell'immensa varietà di forme che la proprietà ha assunto nel corso del tempo nelle diverse società, ma non mi aspettavo che tanta parte di ciò che rientra in tale nozione non trovasse alcun riscontro nei documenti, e che tanta parte di ciò che in teoria è solo un possesso, cioè qualcosa di cui disponiamo fisicamente, fosse di fatto una nostra proprietà6. Né prevedevo le difficoltà derivanti dal tentativo di mettere in connessione la proprietà, nelle sue molteplici forme, con la politica, in particolare in quei paesi non occidentali in cui le fonti primarie sono tuttora inaccessibili e la letteratura secondaria sull'argomento virtualmente inesistente. È apparso ben presto evidente, quindi, che una simile impresa avrebbe trasceso le capacità di qualsiasi individuo. Studiare le economie dell'antica Cina e della Grecia classica, della Mesopotamia e del Messico, della Francia medievale e dell'Inghilterra moderna, nonché la loro incidenza sull'evoluzione politica di ognuno di questi paesi, avrebbe richiesto l'apporto di un'intera équipe di storici. Allora, anziché abbandonare totalmente un progetto che appariva irrealizzabile, ho deciso di scrivere un'opera di proporzioni più modeste: un saggio che affrontasse l'argomento in maniera selettiva, sacrificando l'ampiezza alla profondità. Non ho alcuna pretesa di offrire una trattazione sistematica e onnicomprensiva: mi accontenterò di dimostrare, ricorrendo ad alcuni esempi storici, la correlazione tra potere economico e potere politico.
I primi due capitoli sono dedicati all'evoluzione storica della proprietà, intesa sia come concetto che come istituzione. La parte centrale del libro - i capitoli 3 e 4 - analizza la relazione tra rapporti di proprietà e politica in Inghilterra e in Russia, due casi estremi che illustrano efficacemente la tesi che intendo dimostrare. Il capitolo finale è incentrato sul '900, con un particolare accento sugli Stati Uniti, e mette in rilievo le minacce alla libertà insite nell'aspirazione all'uguaglianza sociale ed economica propria del welfare state.
Anche con questo taglio più circoscritto, il libro affronta un così grande numero di aspetti esulanti dall'ambito della mia specializzazione accademica che lo propongo con un pizzico di apprensione. A eccezione del capitolo sulla Russia e di alcune parti di quello sulla storia dell'idea di proprietà, le mie informazioni derivano principalmente da fonti secondarie, spesso in contrasto tra loro. Non vi è quindi dubbio che gli esperti troveranno spunti per criticarmi a proposito di questo o quel fatto, questa o quell'interpretazione. Confido tuttavia che essi vorranno tener presente che, se lo scopo della storia è la comprensione, di tanto in tanto lo storico deve avventurarsi al di fuori del suo specifico campo di competenza e addentrarsi in ambiti in cui le sue conoscenze sono di natura indiretta. A sostegno di tale affermazione invoco l'autorità di Jacob Burckhardt, il quale scriveva che il dilettantismo, deve la sua cattiva reputazione all'arte, dove, ovviamente, o si è nessuno o un maestro che a essa dedica tutta la sua vita, poiché l'arte esige perfezione.
Nell'ambito della cultura accademica, invece, è possibile conseguire la padronanza di un unico ristretto ambito, in qualità di specialisti. Ed è a tale padronanza che si deve puntare. Ma, se non si desidera rinunciare alla capacità di formarsi una visione d'insieme - e, soprattutto, di apprezzare tale visione - allora è bene essere dilettanti, se non altro a livello individuale, nel maggior numero possibile di campi - per ampliare le proprie conoscenze e arricchirsi di diverse prospettive storiche. Altrimenti si rimane degli ignoranti in tutto ciò che va al di là della propria specializzazione, e in generale, date le circostanze, degli spiriti rozzi.7

Richard Pipes
Cambridge, Massachusetts, ottobre 1998


1 William Blackstone, Commentaries on the Laws of England, 4 voll., Cadell and Davies, London 1809, vol. II, p. 2 [traduzione mia; ed. it. Comentario sul Codice criminale d'Inghilterra, 2 voll., Buccinelli, Milano 1813]. Per una versione online vedi www.lonang.com/exlibris/blackstone.
2 Andrew Norman Wilson, Tolstoy, Penguin Books, London 1988 [2001], p. 365 [traduzione mia].
3 Marcus Cunliffe, The Right to Property: A Theme in American History, Leicester University Press, Leicester 1974, p. 5 [traduzione mia].
4 Gaillard Hunt (a cura di), The Writings of James Madison, 9 voll., G. P. Putnam's Sons, New York-London 1906, vol. VI [traduzione mia].
5 Richard Pipes, La Russia: potere e società dal Medioevo alla dissoluzione dell'Ancien Régime, Leonardo, Milano 1992 (ed. or. Russia under the Old Regime, Weidenfeld and Nicolson-Charles Scribner's Sons, London-New York 1974).
6 L'autore gioca sulla distinzione giuridica tra to possess, possedere temporaneamente e materialmente un oggetto, un bene ecc., e to own, che indica il possesso sanzionato dalla legge, ossia il diritto di disporne in qualsiasi momento, in forma esclusiva, e di cederlo ad altri. Tale distinzione viene peraltro chiarita al paragrafo successivo, Definizioni [N.d.T.].
7 Jacob Burckhardt, Considerazioni sulla storia del mondo, Bompiani, Milano 1954, p. 33 (ed. or. Weltgeschichtliche Betrachtungen, A. Kröner, Stuttgart 1978).


DEFINIZIONI
Il termine possesso designa l'effettivo controllo esercitato su beni materiali o immateriali, pur senza averne formalmente titolo: equivale al possedere de facto, non de jure. Di solito è giustificato dall'uso prolungato di essi e/o dal fatto di averli ereditati dai propri antenati, prassi che nel diritto inglese è chiamata prescription1, e viene fatto valere con la forza fisica e grazie al tacito sostegno della comunità. Anche se non ci può disfare degli oggetti posseduti vendendoli, in pratica quasi sempre essi implicano per il possessore il diritto di lasciarli in eredità alla prole, e in tal modo tendono a trasformarsi in proprietà. Per gran parte della storia, e in molte parti del mondo ancora oggi, il controllo sui beni è stato esercitato in questa forma.
Il termine proprietà designa il diritto del possessore (o dei possessori), formalmente riconosciutogli dalla pubblica autorità, di disporre di determinati beni a esclusione di chiunque altro, nonché di disfarsene vendendoli o in altro modo. «Ciò che distingue la proprietà dal semplice possesso temporaneo è che la proprietà è un diritto di cui la società o lo stato, in forza di consuetudini, convenzioni o leggi, impongono il rispetto»2. In pratica, essa presuppone una qualche forma di pubblica autorità. Il concetto ha avuto origine nell'antica Roma, dove i giuristi designavano ciò che oggi noi intendiamo per «proprietà» con il termine dominium3.
La proprietà può essere di due tipi: produttiva, ossia tale da generare ulteriori proprietà (ad esempio terre o capitali), e personale, ossia destinata esclusivamente a essere usata (ad esempio case, indumenti, armi, gioielli). È questo l'uso abituale del termine. Ma in un senso più ampio, ossia nell'accezione prevalente nel pensiero occidentale fin dal basso Medioevo, «proprietà» ha finito per designare tutto ciò che appartiene a buon diritto (properly) a una persona (e che in latino si diceva suum), comprese la sua vita e la sua libertà. È questa definizione estensiva di «proprietà» (property) intesa come insieme dei diritti di proprietà e personali (propriety)4 - affermatasi nel XVII secolo in Inghilterra, e di lì esportata nelle colonie americane - a fare da trait d'union concettuale tra proprietà e libertà.
Influenzati da Marx, alcuni teorici moderni preferiscono definire la «proprietà» (in senso stretto e convenzionale) non come «un diritto esercitato su alcuni oggetti», ma come «un insieme di relazioni tra persone in rapporto a tali oggetti»5. «Il diritto di proprietà non va identificato con il possesso fisico […], il diritto di proprietà non è la relazione che lega il proprietario a un oggetto, ma il proprietario e altri individui in rapporto a tale oggetto.» 6 Questa definizione, però, è tutt'altro che soddisfacente, dal momento che la nozione di «proprietà» rimanda a qualcosa di ben più vasto del diritto esercitato su alcuni oggetti.
La proprietà può essere di due tipi: 1) collettiva; 2) privata. La titolarità di un bene posseduto in forma collettiva spetta congiuntamente a tutti i membri della collettività, la quale però non può né cederlo, né esercitare alcun diritto comune su di esso (come avviene, ad esempio, per i moderni immobili in comproprietà). La proprietà privata, invece, appartiene a un individuo, a un gruppo di consanguinei o a un'associazione di individui. Parlare di «proprietà comunistica» è una contraddizione in termini, in quanto il concetto di «proprietà» attiene alla sfera del diritto privato, mentre in un regime comunista è lo stato, e quindi un'istituzione pubblica, in veste di autorità suprema, il proprietario esclusivo di tutte le risorse produttive.
Nell'uso quotidiano - il lettore farà bene a tenerlo presente - è assai difficile rispettare la distinzione giuridica tra «possesso» e «proprietà». Pertanto nella maggior parte del libro, eccetto quando espressamente indicato, i due termini potranno essere impiegati in modo intercambiabile.
Nell'ambito di questo lavoro il termine «libertà» include quattro sfere: 1) la libertà politica, ossia il diritto dell'individuo a partecipare all'elezione di coloro che lo governano; 2) la libertà giuridica, cioè il diritto, nelle relazioni con gli altri individui e con lo stato, di essere giudicati da terzi e in base alla legge; 3) la libertà economica, ossia il diritto di utilizzare e cedere liberamente i propri beni; 4) i diritti personali, cioè quelli che l'individuo detiene sulla sua vita e la sua libertà, uniti alla facoltà di fare tutto ciò che desidera a condizione di non calpestare le libertà e i diritti degli altri: in altre parole, l'assenza di coercizione. Le libertà e i diritti personali non sono intrinsecamente implicati dalla democrazia politica: «Non vi è alcuna connessione necessaria tra libertà individuali e regimi democratici» 7. Ad esempio, i cittadini dell'antica Atene godevano dei diritti politici ma non di quelli civili, mentre i sudditi privilegiati di alcuni despoti illuminati detenevano i diritti civili, ma non quelli politici.
La libertà non include i cosiddetti «diritti» alla sicurezza e al sostegno pubblico (implicati dagli slogan «libertà dal bisogno» e «diritto all'alloggio»), che ledono i diritti degli altri in quanto sono questi ultimi a doversene sobbarcare il costo. Nella migliore delle ipotesi, tali «diritti» si configurano come rivendicazioni morali, e nella peggiore, cioè se vengono imposti dall'autorità pubblica, come privilegi ingiustificati.


1 - E che corrisponde nel diritto italiano alla «prescrizione acquisitiva» o «usucapione» [N.d.T.]
2 - Crawford Brough Macpherson (a cura di), Property: Mainstream and Critical Positions, Basil Blackwell, Oxford 1978, p. 3 [traduzione mia].
3 - Dal punto di vista etimologico, «proprietà» deriva dall'aggettivo latino proprius, che significa «specifico di», «proprio di» una persona. A partire da esso la giurisprudenza bizantina ha elaborato la nozione di proprietas, ossia «proprietà».
4 - Sul concetto di propriety e sui suoi rapporti con property vedi infra, cap. 2, par. «Riepilogo» [N.d.T.].
5 - Stephen R. Munzer, A Theory of Property, Cambridge University Press, Cambridge 1990, p. 17 [traduzione mia].
6 - Morris Cohen, Property and Sovereignty, «Cornell Law Quarterly» 13, n. 1, dicembre 1927, p. 12 [traduzione mia].
7 - Isaiah Berlin, Two Concepts of Liberty, Oxford Clarendon Press, Oxford 1958, p. 14 [traduzione mia; ed. it. Due concetti di libertà, Feltrinelli, Milano 2000].»


RECENSIONI
Francesco Perfetti, «Libero», 16 ottobre 2008
L'opera di Pipes, scritta con il piglio dello storico di razza, si inserisce a pieno titolo nel Pantheon della cultura liberale. Appartiene a quel filone d studi che denuciano ogni forma di statalismo e di intervento statale in economia, ogni tentativo di imboccare, come recita il titolo di un celebre saggio di Friedrich von Hajeck, "la strada verso la schiavitù".»
«Pipes è di un'erudizione immensa.»
«The New York Times Book Review»

«Uno dei contributi più preziosi che siano mai apparsi sul tema della proprietà.»
«The American Spectator»

«L'opera più ambiziosa che Pipes abbia mai scritto, sempre coinvolgente, spesso penetrante, efficace nelle argomentazioni.»
«Literary Review»

«Una meditazione sulle intime connessioni esistenti tra i diritti di proprietà e sviluppo delle leggi e delle libertà individuali nell'intero arco della nostra civiltà.»
«The New York Times»

«[Property and Freedom] è un'opera che rivela un'immensa cultura e una spaventosa erudizione.»
«The Boston Globe»

«Un libro splendido, su un tema che dovrebbe essere al centro del dibattito politico americano […] Splendido perché conserva la prospettiva e l'ampiezza di vedute propria di chi possiede una profonda cultura storica.»
«National Review».