Titolo: Carlo Scarpa. Tra storia e mito
Autore: Luciana Finelli
Editore: Edizioni Kappa
Collana: Architetture Contemporanee
Illustrazioni: un centinaio tra fotografie, piante e disegni a colori e in bianco e nero
Formato: 21 x 29 cm
Pagine: 135
Anno: luglio 2004
Prezzo di copertina: 20,00 Euro
Prezzo archimagazine (sconto del 10%): 18,00 Euro
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INDICE
Brevi cenni biografici - Pag. 9
Prefazione - Testimonianza di Ghislain Mayaud - Pag. 18
CAPITOLO I
L'artista e l'artigiano - Pag. 21
CAPITOLO II
Razionalità e intuizione: l'ombra di Mies - Pag. 29
CAPITOLO III
Talento e poesia dell'abitare: l'ombra di Wright - Pag. 41
CAPITOLO IV
Qualità della professione: il disegno, il progetto, il cantiere - Pag. 59
CAPITOLO V
Morte e trasfigurazione: mausolei per i faraoni, giardini per i viventi - Pag. 81
CAPITOLO VI
Tra storia e mito - Pag. 103
TRATTO DA
BREVI CENNI BIOGRAFICI
1906 - Carlo Scarpa nasce il 2 giugno a Venezia da Antonio Scarpa e da Emma Novello, sposata in seconde nozze. Ha sei fratelli. Frequenta le scuole tecniche, ultimate le quali si iscrive al corso speciale di Architettura presso l'Accademia di Belle Arti di Venezia.
1923 - Ancora studente si inserisce nello Studio di Vincenzo Rinaldo, collaborando ad alcuni progetti e seguendo i lavori nei cantieri di Pradipezzo e di Aviano.
1926 - Si diploma e consegue l'abilitazione in Disegno Architettonico. Studia Joseph Hoffmann, captandone gli stilemi nelle costruzioni di Guido Sullam. In novembre entra come assistente incaricato di Guido Cirilli nell'Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Ha vent'anni: passerà in questa "scuola", come la chiama, ben cinque decenni. In dicembre presenta domanda di iscrizione all'Albo degli Architetti. La domanda è respinta non avendo egli raggiunto l'anzianità professionale necessaria per l'equiparazione del titolo. Chiamato presso uno studio di "corrente", viene presto scacciato per avversione ai suoi modi disegnativi.
1927 - Scarpa si rivolge verso l'artigianato qualificato; senza il supporto di una città industriale come Milano, o di un centro di cultura come Roma, è spiazzato, non ha possibilità di confronto e di colloquio. Consulente artistico della Società Cappellin & C. Maestri Vetrai in Murano, coltiva in solitudine silenziosi tragitti, instaurando un rapporto ventennale con "una cultura materiale che gli apre l'intelligenza della Storia" (Mazzariol).
1928 - L'isolamento muranese sembra la sola scelta possibile: disperata autodifesa di fronte alle chiusure dell'opportunismo di regime. Unica occasione del momento, l'arredo del Negozio Cappellin a Firenze. A Roma la prima Esposizione di Architettura Razionale…

TRATTO DALLA
PREFAZIONE - TESTIMONIANZA DI GHISLAIN MAYAUD
Ghislain Mayaud, pittore e scultore, titolare della Cattedra di Decorazione presso l'Accademia di Belle Arti di Lecce. Ha esposto i propri lavori in numerose mostre in Italia e all'Estero.
Carlo Scarpa viene da una condizione familiare assai frequente per l'epoca. Ha sei fratelli. Il padre, piccola borghesia di provincia, svolgeva il mestiere di sarto.
Eredita di mente? Forse sì. L'uno manipola le stoffe, le taglia, sono autentiche architetture per corpi in movimento, con funzioni ben determinate, l'altro veste e investe in verticale, in orizzontale, forme da svegliare, spigoli, muri, spazi interni ed esterni, allarga fessure immaginarie.
Anche il pittore francese Auguste Renoir fu figlio di un sarto, lo ricorda bene nei suoi scritti. Se osserviamo che all'epoca il costo di un vestito era pari al costo di una macchina oggi, il rigore e la serietà nell'impegno di questo mestiere non doveva mancare. Presto contaminato dalla solitudine nel rumore familiare, il giovane Carlo naviga verso l'elogio del sogno. Nella primavera del 1984, quando accompagnai mia moglie Ada Francesca Marciano (scomparsa prematuramente due anni fa) per il suo libro sull'opera completa di Scarpa, il primo in Italia per conto della Zanichelli, nell'archivio tenuto dal figlio Tobia e dalla moglie Afra, fui molto sorpreso, mi ricordo, dalla moltitudine di piccoli disegni su vecchi pacchi di sigarette in cartone grezzo e su delle scatole di fiammiferi. Ero affascinato dal colore nei disegni, ero preso dalla generosità e dalla finezza dei progetti.
Il figlio Tobia, anche lui amante dell'arte oltre che uomo geniale come il padre, domatore del segno, sottolineava questo profondo carattere intimista del padre. L'archivio, contornato di verde, traboccava di disegni straordinari nella loro minuziosità.
L'accoglienza di Tobia fu garbatissima: avevo quel giorno l'inaugurazione di una mia mostra a Salerno ma avevo promesso a Ada di accompagnarla a Treviso.
Tobia lo seppe e aprì subito una bottiglia per festeggiare l'evento. Un grande rispetto per la creativita! Più in là, nel pomeriggio, mi fece vedere dei quadri suoi (forti, intensi). Siamo veramente in una famiglia d'arte. Ho vissuto un clima e una generosità simile con la famiglia Terragni durante la preparazione dell'opera completa su Giuseppe Terragni per l'amico Aldo Quinti. Cosa
che non vidi qualche anno dopo quando mia moglie fu inviata a Milano da Giulio Carlo Argan…
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