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Titolo: Mente locale. Per un'antropologia dell'abitare
Autore: Franco La Cecla
Editore: Elèuthera Editrice
Pagine: 128
Formato: 12,5 x 19 cm
Anno: III ed. 2001
ISBN: 88-85861-56-3
Prezzo (di copertina): 10,00 Euro

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L'abitare è una continua e attiva interazione dell'uomo con l'ambiente che lo circonda, un'attività pari per ricchezza e implicazioni a quella del linguaggio. La "mente locale" è una conversazione ininterrotta tra noi e i luoghi, che La Cecla ritrova tra i pescatori siciliani ma anche nelle poesie di Borges su Buenos Aires, nella religiosità indiana ma anche nelle descrizioni di Parigi fatte da Perec: mappe mentali che consentono di elaborare un'antropologia dell'abitare.



Franco La Cecla (Palermo, 1950) è ricercatore all'Università di Bologna e collabora con il Laboratoire d'Anthropologie du Monde Contemporaine presso l'École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi. Ha pubblicato, oltre ai tre volumi per Elèuthera, "Perdersi, l'uomo senza ambiente" e "Il malinteso, antropologia dell'incontro" presso Laterza, "Perfetti e Invisibili, l'immagine dell'infanzia nei media" presso Skira, "La pasta e la pizza" nella collana "L'identità italiana" de Il Mulino.


SPAZIO E MENTE LOCALE
Lo "spazio" di cui si parla oggi, nel senso comune del termine, in quello che viene provocato e ampliato sui giornali, che la televisione conferma, che si trova nel lessico familiare e di lavoro è un concetto ampio e piuttosto vago. Nel nostro immaginario quotidiano "spazio" ha subito l'invasione massiccia della cosmologia divulgativa, di quella che negli anni Sessanta e Settanta ci ha coinvolto per l'appunto nella "conquista dello spazio". Lo spazio allora sarebbe il "cosmo", "l'universo", "le stelle ed i pianeti e ciò che li contiene".
È difficile dire se nella storia recente della idea di spazio questo aspetto abbia una fortuna calante.
Fatto sta che se si consulta la biblioteca dell'Università di Berkeley sotto la parola chiave Spazio si incontrano in gran parte volumi della Nasa e di enti affini. Per rintracciare l'altro "spazio" occorre cercare altrove: attraverso parole chiave come "architettura", "forma", "paesaggio", "planning", "città", "habitat". Certo il "senso comune" prevede moltissimi casi di un parlar figurato: "fammi spazio", "non c'è spazio per", "lo spazio sociale"; anzi si può dire che le realtà sociali per poter entrare nel discorso necessitano di una formalizzazione per cui diciamo "alta società", "sfere d'interessi", di "mentalità ristretta", "ampie applicazioni", "circoli politici", "livelli di classe" e così via.
E qualcuno ha notato che: il nostro intelletto è idoneo ad avere a che fare, in primo luogo, con lo spazio e si muove con estrema facilità in questo mezzo. Da qui viene che il linguaggio stesso diventa spazializzato e poiché la realtà è rappresentata dal linguaggio, la realtà tende ad essere spazializzata2. Se è vero che lo spazio è così idoneo al nostro discorrere del mondo, è anche vero che non ci muoviamo a nostro agio ugualmente nello spazio usato come metafora e in quello fisico, "solido", che ci circonda. Il "nostro spazio" oggi, infatti, è sempre meno "nostro".
Per un processo storico di specializzazione delle funzioni non è più così facile "muovere", "mutare" e "manipolare" lo spazio intorno a noi. Dai marciapiedi, alle strade, allo spazio dell'appartamento, al paesaggio urbano in generale abbiamo a che fare con uno spazio rigido, predeterminato, con una serie di griglie, di incasellamenti e di canali dentro cui, bene o male, si svolge la nostra vita. Per capire quanto questo cambiamento sia grande, basta ancor oggi recarsi in una contrada minore che circonda la grande città o anche in uno di quegli insediamenti "provvisori" - bidonvilles, favelas, baraccopoli - alle spalle delle grandi città del Primo e del Terzo Mondo.
L'impressione è che dove non si è affermato il modo urbano "moderno" di dividere e organizzare la città, prevale ancora la concezione di uno spazio che viene "arrangiato" via via col passare del tempo. Si potrebbe dire che la nascita e la presenza della città moderna richiedono come conseguenza e postulano come principio un irrigidimento del "senso comune" dello spazio: da una idea di spazio come ambito manipolabile del proprio abitare ad una idea più astratta e generale di spazio, e quindi anche più impersonale e statica. La città moderna è frutto della messa a punto di complesse operazioni di "regolarizzazione" e "igienizzazione" non solo del tessuto urbano, ma anche e soprattutto dei comportamenti urbani nelle città del diciannovesimo secolo. E allora che si afferma il tipo di spazio prescrittivo in cui ancora viviamo.
Una città concepita come rete di istituzioni, ospedali, carceri, case di lavoro, scuole e griglie di strade e viali per la circolazione del traffico e del controllo in veste di polizia urbana e di sorveglianza burocratica. In questo tessuto anche l'abitare viene trasformato in un domicilio regolarizzato e disciplinato, un'altra istituzione insomma: la residenza3. Città europee piene di vita di strada e di "corti dei miracoli" subiscono un processo di demolizione, sventramento e ricostruzione per diventare tutte permeabili ai controlli e alla "erogazione" dei servizi pubblici. Viene spazzato via dal paesaggio urbano uno spazio irregolare ed invadente, quello di un abitare fuori e dentro la porta e di un modellare per . . .


Indice
Introduzione (Paul K. Feyerabend)
I - Spazio e mente locale
II - Pudore delle bussole
III - Piccole storie di spazi


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