PREFAZIONE
La conservazione del sapere: monumenti di parole
La fine dell’età ellenistica viene percepita dai filosofi e letterati della Roma del tempo come l’apogeo della più straordinaria fase della civilizzazione e della cultura che l’uomo avesse conosciuto. Al di là di questo punto, si teme un ineluttabile declino: è questa inquietudine, nel periodo assai critico della transizione dalla Repubblica all’Impero, che spinge i più illustri rappresentanti della classe intellettuale ad intervenire per evitare che lo sgretolamento delle istituzioni trascini verso la disgregazione un patrimonio di conoscenze teoriche e tecniche accumulatosi attraverso i secoli. Trarre in salvo il sapere, dunque, raccogliendone le fonti e riordinando sistematicamente le varie discipline: è l’intento con cui Marco Tullio Cicerone affronta analiticamente la retorica, ordinando per la prima volta in una trattazione organica una materia di antico fondamento; è la medesima esigenza che anima la prodigiosa produzione di Marco Terenzio Varrone, al quale va l’ammirata apostrofe ciceroniana: "I tuoi libri hanno in certo modo ricondotto in casa nostra noi, forestieri nella nostra città […]; tu ci rivelasti l’età della patria, le partizioni dei tempi, l’arte della guerra, i nomi, i generi, gli uffici, le cause dei siti, delle regioni, dei luoghi, di tutte le cose divine e umane; moltissima luce hai recato sui nostri poeti e, in genere, sulla letteratura e la lingua latina". Personaggi, insomma, cui va il merito di avere esorcizzato le minacce del tempo e delle rivoluzioni costruendo solidi organismi a partire da un’antologia di fonti eterogenee, latine e greche: monumenti di parole, fortezze della conoscenza che in buona misura, a due millenni di distanza, non hanno ceduto. I Dieci Libri dell’Architettura sono tra questi: Marco Vitruvio Pollione, se non è lontanamente accostabile ai sopra citati suoi contemporanei per cultura e grandezza, è colui che ha strutturato la sua disciplina, a partire dalle fondamenta di ciascuna tematica specifica, interpolando le conoscenze disponibili e ordinandole su un impalcato per quanto possibile coerente. Strutturare, e ritrovare le origini: operazioni tanto intimamente connesse all’idea di consolidamento e trasmissione di un’identità culturale che, in tempi a noi più vicini, i membri dell’Académie royale d’architecture, in una congiuntura critica che per alcuni versi ricorda la situazione in cui operarono Cicerone, Varrone e il nostro, adotteranno una politica culturale analoga. "La società e la cultura della Francia di fine Ancien Régime – scrive a tal proposito Guido Montanari - sono quelle prodotte da uno sviluppo senza eguali delle forze produttive: tra gli intellettuali e i tecnici è diffusa la consapevolezza dei successi raggiunti in ogni campo del sapere e dell’organizzazione sociale, ma al tempo stesso il processo apparentemente inarrestabile di progresso e civilizzazione è percepito da alcuni come destinato a esaurirsi a causa di oscure minacce di crisi. Di fronte a questa sensazione di fine imminente si diffonde l’ansia di tutelare e trasmettere alla posterità le conoscenze raggiunte". E l’atto probabilmente più significativo con cui l’Académie, appena insediata, intende perseguire i suoi obbiettivi è quello di promuovere un riesame dei fondamenti della disciplina, individuati in primo luogo in quel monumento, secondo la metafora che abbiamo usato, che sono i De Architectura Libri Decem, che "resteranno punto di riferimento essenziale per tutta la vita dell’Accademia, cui tornare ogni qualvolta dubbi teorici e problemi costruttivi si porranno all’attenzione dei suoi membri". Cent’anni più tardi, sempre in Francia, si compie un’impresa ancor più sorprendentemente vicina allo spirito dell’operazione di Vitruvio e dei suoi più illustri contemporanei: "gli enciclopedisti francesi gettano le basi del moderno approccio scientifico attraverso un processo di sistematizzazione che raccolga e preservi i saperi della propria epoca. Come Vitruvio anch’essi traducono dalla lingua dei dotti (al tempo il latino) in volgare […] elaborando i primi linguaggi specialistici...". Efficacissima, per afferrare l’essenza dell’iniziativa, l’immagine tratteggiata nel Discours préliminaire di Jean-Baptiste D’Alembert, nel punto in cui auspica "che l’Enciclopedia divenga un santuario nel quale le conoscenze degli uomini siano al riparo dai tempi e dalle rivoluzioni".
Abbiamo visto, insomma, come nei momenti che vengono percepiti come il vertice di un capitolo dell’evoluzione della cultura e della civiltà umane, la risposta consapevole alle minacce di crisi, sia consistita da parte dell’intellighenzia, nelle diverse discipline e in epoche tra loro lontane, nella ripresa e nella tesaurizzazione dei fondamenti del sapere tradizionale.
Facciamo un altro salto, e veniamo ai tempi nostri. Non è forse l’attuale un’epoca che avverte se stessa, in più discipline, come l’epilogo di una lunga vicenda, quale potrebbe essere l’era del progresso inaugurata con la rivoluzione industriale, o ancora prima con l’illuminismo? Non viviamo forse in un periodo che si colloca, per sua stessa intuizione, addirittura oltre la fine di un ciclo, sia essa fine rappresentata dalla caduta delle ideologie, dalla crisi del modello capitalista o, per tornare a temi a noi più vicini, dalla "morte dell’arte nel mondo storico"? Concetto crociano, quest’ultimo, le cui interpretazioni, più o meno fedeli al pensiero del filosofo napoletano, hanno favorito l’affermarsi dell’idea, specialmente in alcuni settori della cultura architettonica, di un fenomeno esaurito, di una fine consumata che renderebbe inattuabile ogni tentativo di riprendere i legami con le esperienze architettoniche del passato. Quest’ultimo passaggio sintetizza efficacemente un aspetto sostanziale della crisi in cui versa la moderna disciplina costruttiva, la quale "non è più in grado di produrre architettura ma soltanto oggetti edilizi ed urbani riconducibili a risposte tecniche rinnovabili ed intercambiabili per esigenze funzionali ed in costante trasformazione". Gli effetti di questa crisi si manifestano drammaticamente nell’alterarsi e nel corrompersi progressivo del carattere di molti dei luoghi in cui è sostanziata la nostra stessa identità civile e culturale: le nostre città, alla cui necessità di innovazione e adeguamento alle esigenze attuali della vita aggregata si risponde nella norma con operazioni incapaci tanto di relazionarsi col contesto storico, quanto di ‘fare città’ se accostate ad altri interventi contemporanei (per quanto frutto, nella migliore delle ipotesi, del genio di qualche noto architetto del firmamento internazionale).
In definitiva, ciò che la disciplina architettonica sembra avere smarrito è la capacità di dialogare, ovvero di veicolare attraverso la propria materia contenuti condivisibili e comprensibili. Ciò che difetta agli oggetti edilizi di cui sopra, infatti, non è tanto, almeno negli esempi più pregevoli, la ricerca formale o tecnologica, quanto, a nostro avviso, l’esser frutto di un sistema di valori condivisi, di quel sostrato culturale sedimentato e straordinariamente ricco di implicazioni storiche, materiali ed etnoantropologiche che aveva informato il comporre e il costruire premoderno. Conseguenza della tabula rasa modernista, quest’ultima spesso addotta come alibi per giustificare una certa diffusa autoreferenzialità progettuale, la chiusura dell’architettura contemporanea al dialogo con il contesto e con la tradizione si è tradotta nell’incapacità, ad oggi, di esprimere un linguaggio che non sia banalmente appiattito sulla performance tecnologica. E, se l’espressione coincide con una dimostrazione hi-tech, viene da chiedersi quale altro contenuto questa possa veicolare, oltre l’avvenuto passaggio da un concetto di scienza intesa come conoscenza ad una mortificante identità scienza-tecnologia.
Se quanto appena detto è realistico e per nulla esagerato, non mancano però nel panorama della ricerca architettonica piacevoli eccezioni, ovvero esperienze che si distinguono per l’interesse e l’apertura con cui guardano al patrimonio storico e tradizionale nell’ambito di una profonda riflessione sul contenuto e sul linguaggio. Riflessione cui alludiamo osservando provocatoriamente che, mentre l’architettura ‘moderna’ versa nella descritta crisi comunicativa, il linguaggio dell’architettura classicista continua ad esprimere efficacemente i valori cardinali della nostra civiltà. Nell’accezione di architettura aulica urbana, come nelle sue svariate declinazioni e inflessioni gergali, il Classico è lingua viva e in un certo senso corrente: diffuso urbi et orbi - rappresenta la koiné architettonica del mondo antico, significativo fenomeno di globalizzazione culturale -, costituisce un codice espressivo universalmente riconosciuto, dal che deriva uno straordinario potenziale comunicativo.
Al Classico e ai classicismi è intimamente legata l’identità del nostro paesaggio urbano, e con esso si confrontano tutte le altre esperienze linguistiche sviluppatesi, nel campo dell’espressione architettonica, nel corso della storia.
Sulla base di riflessioni simili, sono fiorite, e continuano a fiorire divenendo così sempre meno "eccezionali", istituzioni la cui finalità è, più o meno dichiaratamente, quella di "esplorare, insegnare e promuovere i modi per introdurre valori umanistici nel mondo della costruzione": questo il motto del Prince of Wales’s Institute of Architecture, oltre al quale un crescente numero di organizzazioni, quali il CIVA (Centre International pour la Ville et l’Architecture) di Bruxellles o l’Institut Française d’Architecture di Parigi, stimola e indirizza la ricerca e la progettazione attraverso attività specifiche di formazione e la promozione di esperienze progettuali mirate. Frange via via più consistenti della comunità scientifica internazionale si rivolgono così ad un patrimonio che il XX secolo aveva ideologicamente ostracizzato: questo, e non solo questo, fa del De Architectura un testo di straordinaria attualità, cui si restituisce alfine il legittimo posto al centro del dibattito sull’architettura.
Se lo studio del testo vitruviano rappresenta il primo e indispensabile passaggio che conduce alla riappropriazione dei mezzi espressivi della nostra tradizione, la sua riscoperta, da parte dell’architetto contemporaneo, apre riflessioni che vanno ben oltre il fatto puramente linguistico, del quale abbiamo già sottolineato l’importanza. Il Libro I introduce, tra gli altri, un tema di una vastità e di uno spessore che difficilmente riusciremo a evocare in questa sede: ci basterà accennare che il concetto di Symmetria, rispetto al quale l’accezione attualmente corrente di simmetria rappresenta uno slittamento semantico estremamente restrittivo, è il principio di uno dei più significativi ed interessanti fenomeni che la cultura antica abbia saputo esprimere, ovvero quello della convergenza metodologica tra le arti.
"La S(y)mmetria - recita il Vitruvio di Galiani - è un accordo uniforme tra le membra della stessa opera, ed una corrispondenza di ciascuno delle medesime separatamente a tutta l’opera intera". Sostenendo l’ipotesi del trasferimento di forme dalla tecnologia lignea a quella lapidea, a proposito del processo di codificazione formale del tempio greco, Silvio Ferri afferma che:
...Durante i faticosi esperimenti [...], si concretò una procedura che valesse per tutti; e un quadro di misure, quasi ferreo, che tutti potessero e dovessero applicare. Nacque un’unità di misura; anzi l’unità di misura: dapprima una parte del corpo umano, il piede principalmente, il cubito, il palmo, il dito (per la statuaria); [...] ogni membro dell’edificio o della statua sarà multiplo di questa unità. Nasce così in greco il concetto della "symmetria"; "due o più numeri sono symmetroi quando ciascuno di essi è divisibile esattamente per l’unità di misura data"; e ancora "cubito (braccio) e palmo sono simmetrici tra di loro perchè sono ambedue misurabili esattamente da un’unità di misura più piccola e cioè dal dito", (Hero, Deff., 136).
Tradotta più efficacemente dal termine italiano "commisurazione", la symmetria è dunque il fondamento dell’antropometria antica, che come appena visto si regge sul principio della proporzionalità: principio che, nel campo della progettazione, informava il modus operandi sia in termini di firmitas, basato sul perfezionamento di conoscenze empiriche sul comportamento dei materiali e delle strutture, che di utilitas, attraverso la modularità e i rapporti razionali tra le dimensioni degli spazi, e di venustas, corretta otticamente la commodulatio per ottenere l’eurythmia. Non esiste infatti, in un simile approccio metodologico alla progettazione, alcuno scollamento tra la tecnica, la funzione e l’estetica. Ma, come già anticipato, il principio di symmetria non si limita a unificare le categorie della disciplina edificatoria: così come l’architettura, anche la musica, le arti pittoriche e plastiche e la poesia si esprimono in "piedi", ovvero in base a misure metriche, proporzione e ritmo; ciò nel mondo antico come negli altri momenti caratterizzati da una convergenza "euforica" tra le arti, quali il Rinascimento, di cui ricordiamo il celebre parallelo dell’ut pictura poësis, o addirittura la fase dell’avanguardismo primonovecentesco, con le sperimentazioni sinestetiche che confluiranno nella nuova arte della cinematografia, disciplina che unifica recitazione, musica e arti visive.
I fondamenti concettuali di questa unità di metodo, basata sul parallelo tra le rispettive modalità compositive, sono profondamente radicati nella filosofia classica e nelle successive elaborazioni medievali: "nel concetto di symmetria - scrive Carlo Tosco - tutto l’ordine cosmico dimostra la sua razionale bellezza", idea che rimanda al pitagorismo e poi, nella cultura cristiana, alla Patristica e alla Scolastica; da un’altra angolazione, la commodulatio rimanda direttamente alla Natura, attraverso il riferimento antropico nelle unità di misura (che vengono perciò dette anche unità naturali): "siccome nel corpo umano vi è S(y)mmetria tra il braccio, il piede, il palmo, il dito, e le altre parti, così lo stesso è anche in ogni opera perfetta".
L’abbandono di questo sistema, nato per favorire la componibilità tra le parti, a vantaggio di quello comodo quanto amorfo della metrica decimale, segna l’inizio di una parabola discendente cui corrisponde il declino del principio di misurabilità: in una recente intervista per Il Giornale dell’Architettura, Carlo Ossola allude al fenomeno citando il film Mamma Roma di Pasolini, "in cui sono protagonisti i luoghi "dove muore la città", dove non ci sono più "misure". Il film di Pasolini è parabola di un rapporto della letteratura con l’architettura (e con le altre discipline originariamente "alleate", n.d.a.) ormai "disforico"".
La crisi del principio di proporzione ha inoltre radici antiche nella rivoluzione meccanicista, dalle conseguenze della quale s’innesca uno spostamento graduale, nella pratica progettuale, da un metodo fondato sul saper fare di derivazione empirica alle tecnologie basate sulla scienza, che via via sottraggono al campo della conoscenza "fruttifera" e alle leggi proporzionali la disciplina della costruzione, che comincerà in seguito, non a caso, a chiamarsi Scienza delle costruzioni. Dal rifiuto positivista di una conoscenza disinteressata alle cause, considerata irrazionale in quanto priva di basi scientifiche, si sviluppano infatti i concetti cardinali della nuova disciplina alla cui evoluzione si deve il moderno calcolo strutturale. Una linea senz’altro evolutiva, almeno in termini scientifici, che s’intreccia con la sperimentazione sugli acciai e sul "nuovo materiale", il calcestruzzo. Si può dire, anzi, che l’affermazione della Scienza delle costruzioni e le straordinarie fortune dei materiali "moderni" siano le due facce di una medaglia: l’una rappresenta infatti lo strumento razionale per l’applicazione degli altri; inversamente, tale strumento, per ragioni intrinseche alla sua stessa elaborazione, non è in grado di dominare le tecniche premoderne, che vengono epurate dalla disciplina costruttiva "razionale", cui restano solamente, appunto, i materiali di cui sopra. A fronte dell’indiscutibile progresso tecnologico così orientato, cui si accompagna l’industrializzazione dei processi, si riscontra dunque un significativo impoverimento della cultura costruttiva, tant’è che, nella pratica, molte lavorazioni di tipo artigianale, legate ai saper fare tradizionali ed empirici, si sono progressivamente perdute. Un patrimonio negletto e disperso; e nel constatarlo richiamiamo alla memoria, con una punta di amarezza, quei monumenti di parole sorti in tempi remoti proprio a presidio di un universo di conoscenze da cui la nostra identità culturale non può prescindere. Inoltre, ad una valutazione obbiettiva, scevra da tare ideologiche di stampo razionalista, si riscontra che le strutture antiche o tradizionali presentano di norma prestazioni meccaniche e di durabilità non inferiori rispetto a quelle moderne, e in taluni casi sorprendentemente superiori; il che attesta che il saper fare di cui queste sono frutto non è né irrazionale né meno efficace, in senso pragmatico, della conoscenza analitica. I due procedimenti cognitivi, infatti, arrivano alla fine, anche se in tempi assai differenti, alle stesse soluzioni, "dal momento che le verità naturali - scrive Tiziano Mannoni -, sulle quali in modi differenti indagano, sono le stesse e non cambiano nel tempo e nello spazio. Certi saper fare nel costruire, che provengono ancora dall’antichità, sono andati perduti tra la seconda metà dell’Ottocento e quella del Novecento, proprio perché non si è tenuto conto di questa realtà: si è pensato, per esempio, senza condurre apposite ricerche, che produrre la calce con combustibili umidi ed a basso potere calorico fosse un problema economico e di tecnologia arretrata, e non una scelta lungamente sperimentata; la calce prodotta nelle potenti fornaci a carbone fossile ha però perduto le sue qualità tradizionali. In questi casi le scelte fatte dai tecnologi sono state meno razionali di quelle da sempre usate dagli empirici".
Sulla base di riflessioni simili, negli ultimi anni la cultura materiale del costruire è stata oggetto di ricerche finalizzate a scoprire le cause della qualità dei materiali e dei procedimenti impiegati nella realizzazione dei monumenti antichi; parallelamente, alla rinnovata attenzione per le tecniche tradizionali fa eco lo sforzo, da parte di alcuni, di elaborare modelli di calcolo adeguati al trattamento degli organismi premoderni; ciò al fine di recuperare, attraverso la ricerca scientifica, tecniche di antico fondamento che la prova del tempo ha dimostrato essere validissime.
Da più parti, insomma, si rivendica il recupero alla coscienza e all’utilizzo di quel sapere sedimentato attraverso una plurisecolare sperimentazione che la previdenza e l’auctoritas di remoti artefici hanno condensato in veri e propri monumenti della conoscenza. Il riesame del De Architectura Libri Decem rappresenta, oggi come già in altre epoche critiche per la maturazione del dibattito sull’architettura, il primo, decisivo passo in tale direzione.
La traduzione commentata del marchese Berardo Galiani.
Il Vitruvio di Berardo Galiani fu opera assai apprezzata e pubblicata. La prima edizione risale al 1758, anno in cui venne pubblicata a Napoli presso la Stamperia Simoniaca; del 1790 è invece l’edizione che qui presentiamo, che fu stampata sempre a Napoli dai fratelli Terres senza il testo in latino, presente a fronte della traduzione nell’edizione del ’58. Sempre nel 1790, in contemporanea a quella napoletana, un’ulteriore edizione fu stampata a Siena per Luigi e Benedetto Bindi; altre tre edizioni vennero poi realizzate a Milano, nel 1823 e nel 1832 da Alessandro Dozio e nel 1844 da Pirrotta; l’ultima, stampata da Giuseppe Antonelli a Venezia, risale al 1854.
La versione galianea del De Architectura fu elogiata da Francesco Milizia1, che non fu il solo2 a valutarla la migliore fin allora redatta in italiano; né la sua fama si arrestò ai confini, se J. N. L. Durand la annoverò tra i trecento classici consultati per redigere il Recueil et Parallèle des édifices de tout genre3. A duecento anni dalla precedente versione italiana, quella del Barbaro4, il progetto di dar vita ad una nuova traduzione commentata del De Architectura fu verosimilmente ispirato a Berardo dallo zio mons. Celestino Galiani5, intellettuale illustre e influente che ne fu educatore solerte e guida. Fu Celestino a promuovere i contatti con il marchese Giovanni Poleni, autore delle Exercitationes Vitruvianae; fu Celestino, soprattutto, a indirizzare il nipote al consiglio di Giovanni Gaetano Bottari, bibliotecario di casa Corsini e secondo custode della Biblioteca Vaticana, affinché beneficiasse dell’erudizione e della competenza di questi in materia di codici latini. E la disponibilità di mons. Bottari fu senz’altro preziosa per la riuscita dell’opera; i codici da questi segnalati a Berardo, i nn. 1504 e 2079 della Biblioteca Vaticana, erano stimati per la loro antichità i meno adulterati dalle trascrizioni amanuensi; inoltre, il Bottari stesso si prestò alla revisione della traduzione di Berardo, che quest’ultimo gli inviava, slegata in quinterni, man mano che l’andava redigendo. In realtà, però, l’influenza dell’erudito Bibliotecario e il rilievo dei codici latini citati, nell’economia dell’operazione, non vanno sopravvalutati. Stando al carteggio tra Bottari, Berardo e suo fratello Ferdinando6 Galiani, infatti, Berardo prese visione delle fonti custodite alla Vaticana durante un breve soggiorno a Roma nel 1755, anno in cui la sua traduzione era già ultimata; se ne desume che egli non lavorò mai direttamente su tale materiale, ma si limitò, in fase più o meno avanzata di correzione, ad un confronto7 tra questo ed il testo latino da lui utilizzato. Ma né da questo confronto né dalle indicazioni fornite dal pur solerte Bottari Berardo derivò maggiore chiarezza in merito ai passaggi che egli considerava i più oscuri; il senso dell’operazione, a conti fatti, consistette piuttosto in una promozione filologica8 della nuova edizione; cosa comunque opportuna, come lo stesso Galiani scrisse a Bottari con una vena di malcelato cinismo, "per imporre a quel ceto di saccenti, che ammirano solo queste cose: e per far vedere che anche l’Edizione Latina è una cosa nuova".
Quest’ultimo tagliente accenno al bigottismo di tanti degli esponenti della cultura antiquaria dell’epoca costituisce però un indizio di quello che forse è l’aspetto più interessante ed innovativo dell’impostazione del lavoro di Galiani, aspetto che consiste nell’aver privilegiato, nell’esegesi del testo antico, l’intelligenza critica e l’interpretazione rispetto al rigore giurisdizionalista della disciplina filologica della vecchia scuola. Lo dimostra il rapporto dell’autore con le fonti: se il testo latino di base è quello di Guglielmo Filandro9, questo viene corretto, nei passi di più equivoci, sulla base di una lettura contestuale delle altre versioni in latino e in volgare, da quella di fra Giocondo a quelle di Durantino, Cesariano, Caporali, Barbaro fino a quella francese del Perrault. E, non ultimo, sulla base di "un certo lume di ragione", cioè della valutazione critica dello stesso autore, "che spero – afferma Galiani – meriterà eguale almeno venerazione a quella di qualunque manoscritto".
E l’intento critico è ribadito dal sostanzioso apparato di note che accompagna il testo; note mediate, si, dalla conoscenza delle sopra citate versioni precedenti del De Architectura, "ma non si che rispondano parola a parola – precisa il marchese in una prima stesura della Prefazione del traduttore – quindi è che a giusta ragione dirle tutte mie". Se i rimandi a Filandro e a Barbaro ricorrono in tutto il commento, il confronto con l’interpretazione del Perrault è pressoché costante: il nome del francese è citato in quasi un quarto delle note, e anche laddove questi non viene esplicitamente nominato le argomentazioni sono spesso ispirate al suo commento.
Le revisioni e correzioni successive delle bozze portarono ad uno snellimento delle note: la componente erudito-antiquaria del commento cedette progressivamente il passo alle osservazioni critiche dell’autore, che dimostrano, oltre a una crescente competenza specialistica, l’intento di riportare Vitruvio al centro del dibattito contemporaneo sull’architettura.
Un’aspirazione, quella di restituire attualità alla lezione vitruviana, a partire dalla quale sarebbe nato l’altro ambizioso progetto del Galiani, ovvero quel Corso di architettura tramite il quale intendeva svecchiare la disciplina dalle tare accademiche e antiquarie e proiettarla in una dimensione moderna. Progetto ch’egli, per insufficienza di tempo, di audacia o per mancanza di stimoli intellettuali, non riuscì mai a concretizzare, ma il cui testimone fu raccolto dall’amico Francesco Milizia, i cui Principi di architettura civile traducono l’obbiettivo di "coniugare le istanze d’una nuova filologia con lo spirito e la forza critica della filosofia"10.
INDICE
Prefazione di A. Pierattini
Bibliografia tematica
Prefazione del traduttore
Idea generale dell'architettura
Vita di M. Vitruvio Pollione
DELL'ARCHITETTURA DI M. VITRUVIO POLLIONE
Libro primo
Libro secondo
Libro terzo
Tavole fuori testo
Libro quarto
Libro quinto
Libro sesto
Libro settimo
Tavole fuori testo
Libro ottavo
Libro nono
Libro decimo
Indice generale delle cose più notabili
Indice de' capitoli
Indice de' rami
Tavole del Vitruvio di Bernardo Geliani
Nota dell'Editore: Per una più esauriente illustrazione degli argomenti trattati, il curatore della presente edizione ha inserito le tavole fuori testo, scelte da trattati di Architettura dei secoli XVI, XVII, XVIII, XIX
|