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Titolo: Gabriele d’Annunzio, Architetto Immaginifico
A cura di: Carlo Cresti
Editore: Angelo Pontecorboli
Prefazione di Annamaria Andreoli
Formato: 20x20 cm
Illustrazioni: 190 immagini in bianco e nero, 40 immagini a colori
Pagine: 252
Anno: 2005
ISBN: 88-88461-48-5
Prezzo (di copertina): 28,50 Euro

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Delle varie e multiformi espressioni artistiche di Gabriele d'Annunzio, non era stata finora sufficientemente studiata quella riguardante gli aspetti di ambito architettonico.

Con il libro di Carlo Cresti si viene finalmente a colmare questa lacuna. Mediante le preliminari, sistematiche analisi dell'architettura 'descritta', dell'architettura 'immaginata' (nelle didascalie delle opere teatrali), e dell'impegno dimostrato da d'Annunzio nella salvaguardia di testimonianze architettoniche e ambientali, Cresti ha posto le indispensabili basi per poter condurre l'obiettiva rilettura delle geniali soluzioni arredative caratterizzanti le dimore del Poeta. Cresti ha fornito, come scrive Annamaria Andreoli nella Prefazione, "a tutti i dannunzisti una lezione di metodo che in futuro sarà difficile eludere".


Recensione di Benedetto Gravagnuolo
Un libro di Cresti mette in risalto la cura quasi professionale del Vate per l’arredo

Da Il Mattino del 04/01/2006 Benedetto Gravagnuolo

"Il letto sorgeva sopra un rialto di tre gradini, all’ombra di un baldacchino di velluto controtagliato, veneziano, del secolo XVI, con fondi di argento dorato e con ornamenti di un color rosso sbiadito a rilievi di oro riccio : il quale in antico doveva essere un paramento sacro, poiché il disegno portava inscrizioni latine e i frutti del Sacrificio: l’uva e le spighe... Da per tutto poi, con un gusto pieno di ingegnosità, erano adoperate a uso di ornamento e di comodo altre stoffe liturgiche: borse da calice, copricalice, pianete, manipoli, stole, stoloni, conopei". Così Gabriele D’Annunzio descrive l’alcova del conte Andrea Sperelli, protagonista de Il Piacere (1889), uno dei suoi primi romanzi di successo. Non deve sorprendere la narrazione analitica dell’arredo, spinta fino all'indagine meticolosa dei dettagli. L’intera opera letteraria del "poeta immaginifico" è costellata di pagine rivelatrici della sua tenace passione per la messa in scena dell’esistenza in forme estetiche. "Bisogna "fare" la propria vita, come si fa un’opera d’arte". Non a caso, è questo il motto del suo personaggio. Se è vero che il grande pubblico conosce le luci e le ombre dell’opera letteraria di Gabriele D’Annunzio, resta altresì innegabile che meno noto resta l’apporto recato dal poeta all’architettura e all’arredo. A colmare questa lacuna giunge opportuno il volume di Carlo Cresti, dal titolo Gabriele D'Annunzio. Architetto Immaginifico (Pontecorboli Editore). Docente di Storia dell’architettura all’Università di Firenze, autore di apprezzatissimi saggi critici sull’arco tematico che dal Liberty va al Futurismo fino all’apice del Moderno, Cresti offre con questo nuovo libro una ricognizione a tutto campo sull’architettura "dannunziana". Non va dimenticato che D’Annunzio esordì come giornalista, mostrando una non comune sensibilità verso l’architettura sia in articoli descrittivi, sia in precoci appelli per la salvaguardia dei monumenti e del paesaggio. In due distinti capitoli vengono dunque raccolte le pagine emblematiche della straordinaria densità della scrittura dannunziana. Valga ad esempio la folgorante visione della Cattedrale di Reims, simbolicamente riletta come "un’aspirazione verso l’altezza, nata da u’'imitazione angelica, da un bisogno di volo e di coro". Un ulteriore capitolo è più specificamente dedicato alla "architettura immaginata", vale a dire non solo mentalmente inventata, ma progettata con la nitida esattezza delle parole nei brani letterari dei romanzi e delle opere teatrali. Conclude il volume un lungo ed articolato excursus su "Le dimore del Poeta". È soprattutto nella creazione delle case a propria immagine e somiglianza che Gabriele D'Annunzio ha provato ad essere "architetto". Fin dalle sue prime "tane" romane, dalla soffitta di via Borgognona alla garçonniére di via Gregoriana al numero 5, il Poeta ha eletto le stanze, affollate da un’eclettica raccolta di oggetti simbolici, a specchio dell’anima. Una tendenza del gusto confermata poi nelle tre successive dimore, ammirate dalla stampa del tempo: il Villino Mammarella, la Selleria Borghese e la Capponcina. Ma il clou della rappresentazione scenografica della propria esistenza resta il "Vittoriale", la villa-tempio a Gardone Riviera dove Gabriele D’Annunzio ha trascorso gli ultimi anni della sua avvincente vita da innossidabile dandy. Il Poeta scelse di rintanarsi in questo "eremo", nel 1921, dopo l’amara rinuncia allo "Stato libero e indipendente di Fiume". Nel tentativo di incarnare il mito nietzschiano del superuomo, D’Annunzio era stato fin a quella fase il protagonista faustiano di un’esistenza eccentrica, giocata su un’irripetibile connubio di eroismo ed erotismo. "Avido di silenzio dopo tanto rumore, e di pace dopo tanta guerra", come scrisse all'amico De Ambris, D’Annunzio acquistò dunque dal tedesco Thode un tranquillo cascinale rurale sull’altura di Cargnacco per trasfigurarlo nel "Vittoriale degli Italiani", un momumento a se stesso, donato in vita allo Stato con una solenne cerimonia il 27 maggio 1925. Il precedente più illustre resta il tal senso la casa-museo che Sir John Soane costruì per se stesso nel 1792 in Lincoln’s in Fields a Londra, per poi donarla in vita allo Stato nel 1835. Il filo sottile che lega tra loro le pur diverse esperienze dell’architetto londinese e del poeta italiano è rintracciabile nel dandysmo, ovvero nel disprezzo per la banalità dei comportamenti convenzionali, prima ancora che nel comune culto per il bricollage di reperti recuperati dal naufragio di civiltà antiche o esotiche. Per attuare la metamorfosi del preesistente Villino Thode in un mistico "Tempio dell’Eroe", D’Annunzio incaricò, oltre all’architetto ventottenne Gian Carlo Maroni, anche scultori quali Napoleone Martinuzzi e Renato Brozzi , pittori quali Guido Marussig, Guido Cadorin e altri. Regista del piccolo cenacolo di artisti restò però il poeta, che concepì l’orditura allegorica dell’intero impianto scenografico. Lo stesso parco esterno fu stipato di memorie, incastonando nella collina la "Nave Puglia" in tutta la sua surreale tangibilità. Soprattutto negli interni si intensifica la foresta di simboli in una sequenza di stanze dai nomi allusivi : Leda, Musica, Lebbroso, Apollo, Angelo, Ciclope e altri miti. Nell’alcova più intima, Brozzi scolpì un onirico occhio alato che si illuminava nel buio.
Non sempre i commenti sono stati benevoli nei confronti del Vittoriale. Anzi. Ma la critica tranchant - di Arbasino, tra gli altri - viene smontata dal documentatissimo lavoro di Carlo Cresti teso ad una ricognizione analitica sul "sistema" dei significati latenti nelle maschere iconiche dannunziane.


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