Occorre voltare pagina: proposte
di Vincenzo Perrone
Diceva il Poeta: «Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e 'l salir per l'altrui scale».
La condizione degli Architetti italiani è quella che è. I mali sono tanti e il
più grosso è rappresentato da uno squilibrio assoluto tra domanda e offerta.
Abbiamo 150.000 Architetti per una popolazione di 60 milioni di abitanti: un
Architetto ogni 400 abitanti.
Ne viene - come logica conseguenza - che l'offerta supera di gran lunga la
domanda.
E' Matematica. Non è altro che Matematica. L'«offerta» e la «domanda» possono
essere rappresentate graficamente. Sono due curve che - in genere - presentano
un punto di intersezione, che determina il prezzo (o il compenso). Se non ci
fosse un punto d'intersezione, non ci sarebbe “incontro” tra domanda e offerta.
Il compenso per un'attività professionale (o il prezzo P di un prodotto) è
determinato dall'equilibrio tra le due curve della domanda e dell'offerta. Se
crescesse la curva di domanda, il compenso (o il prezzo P) aumenterebbe,
insieme alla quantità totale di prestazioni professionali (o di merce venduta).
Un forte squilibrio tra domanda e offerta già è, di per sé, un problema. Se,
poi, si aggiunge una crisi economica (come quella che stiamo vivendo) la
frittata è fatta. A prescindere dall'abolizione delle tariffe professionali,
autentico colpo di grazia.
Quali misure possono essere adottate? Chi deve adottarle o, almeno, favorirle?
Io?
E' evidente che non servono (specialmente approssimandosi le scadenze
elettorali) i «tour» in provincia. Non servono le chiacchiere. Servono i fatti,
i provvedimenti concreti ed io ne vedo due ai quali dare priorità e «n» da
attuare immediatamente dopo. I due provvedimenti da concretizzare subito sono:
1) Il «coworking»
2) La conquista di spazi di lavoro all'estero, inserendoci nella partita che si
sta giocando a livello globale senza esclusione di colpi e che ci vede (proprio
noi, che abbiamo la situazione inflattiva tratteggiata poc'anzi) pressoché
assenti. Si muovono le «archistar», pochissimi studi (romani, milanesi). Poca
roba.
Mi occupo, prima, degli sbocchi lavorativi all'estero.
Ho già detto che, in Italia, opera un Architetto ogni 400 abitanti, laddove la
media mondiale è di un Architetto ogni 3760 abitanti. Negli altri paesi europei
i rapporti sono decisamente accettabili: si va da un Architetto ogni 2228
abitanti della Francia a un Architetto ogni 1214 abitanti in Spagna. In
Inghilterra c'è un Architetto ogni 1925 abitanti.
Dovrebbero essere, allora, gli italiani a proiettarsi di più nei mercati
emergenti (Cina, Russia, Sudamerica) e in quelli ancora facoltosi, anche se già
“colonizzati” (Paesi Arabi ricchi di petrolio).
Abbiamo l'esempio di giovani Architetti napoletani (non faccio nomi per una
questione di privacy) che hanno avuto successo in varie parti del mondo
(Inghilterra, Francia e via dicendo). Si sa quali sono i requisiti richiesti:
buona formazione professionale, dimestichezza con il computer, conoscenza delle
lingue. Potrei fare tanti esempi di Architetti napoletani che - credo a
malincuore - hanno preso la via dell'«esilio», ma lavorarono bene. Non solo nel
campo della progettazione, ma anche in quello della Direzione dei Lavori.
Mentre noi dormivamo, inglesi, francesi, tedeschi conquistavano i mercati
internazionali. Il fatturato annuo è stimato in circa 20 miliardi di € e
l'elenco è lungo. Ci sono le francesi Altran Technologies e Ingerop co.za. (la
prima - con un fatturato annuo di 1,5 miliardi di euro e 16.290 addetti - sta
trovando interessanti sbocchi in India).
Gli inglesi non seguono il “gigantismo”, la grandeur francese. Sono, tuttavia,
ben 26. Vanno dalla Aedes (1329 Architetti occupati) alla Austin-Smith Lord
Architects (appena 199 Architetti e un “misero” fatturato di 8 milioni di euro
nel 2005). I tedeschi - mi consta di persona - si sono mossi bene un po'
dappertutto.
Inutile dire che - mentre esistono anche 6 studi tedeschi, 5 olandesi, 4
irlandesi e via dicendo - gli italiani sono, semplicemente assenti. C'è solo
l'intraprendenza (e direi l'intelligenza) di singoli giovani, che - magari -
canteranno ogni sera «E nce ne costa lacreme st'America a nuje Napulitane!...
Pe' nuje ca ce chiagnimmo 'o cielo 'e Napule, comm'è amaro stu ppane!», ma si
riempiono il portafogli a fisarmonica.
I soldi non danno la felicità, ma consentono di vivere comodamente la propria
infelicità.
Sarei proprio curioso di sapere cosa l'Ordine andrà a dire, nel tour in
provincia, a proposito di «Architetti italiani e mercato estero». Faccio più io
che non conto un cazzo.
Veniamo al «coworking» (il secondo provvedimento che - a mio giudizio -
andrebbe adottato subito).
Che cosa può fare - di questi tempi - un giovane Architetto? E' certamente
sbagliato l'isolamento ed è opportuno trovare forme di aggregazione.
L'Architetto italiano è individualista e dovrebbe superare questo “difetto”.
Guardiamo - ancora - all'Europa. Ho più volte ricordato che in Inghilterra gli
studi/azienda (degli Architetti) contano, in media, 6,6 addetti per unità. In
Olanda 6,5, in Germania 4,5, in Francia 4,1 e in Spagna 2,6. In Italia, invece,
abbiamo solo 1,4 addetti per studio professionale. L'Architetto italiano è un
«battitore libero», un «lupo solitario» (e il «lupo solitario» conduce una vita
grama perché non c'è battuta di caccia che possa essere efficacemente condotta
da un lupo solo).
Andiamo sul concreto per dire che cosa è il «coworking» e diciamo (ricordiamo)
cosa ha fatto il tanto bistrattato Ordine degli Architetti di Roma. Ha chiuso
un accordo con la Provincia per creare un «luogo di lavoro comune per
architetti, grafici e designers, al fine di avviare la loro attività
professionale riducendo l'impatto degli oneri finanziari, favorendo lo scambio
e la collaborazione multidisciplinare». La Provincia ha concesso uno spazio
adeguato, che «… è stato individuato nei locali dell'immobile sito in Roma, in
Via Monte delle Capre n. 23, nella zona del Trullo, di proprietà
dell'Amministrazione Provinciale, di natura industriale, con una storia legata
all'attività produttiva e di ricerca di grande interesse».
In buona sostanza, la Provincia ha creato un certo numero di postazioni di
lavoro, nello spazio suddetto. La postazione comprende: scrivania, armadietto,
sedie e via dicendo. Stampante, fotocopiatrice, scanner, plotter sono tutti a
uso comune. E' assicurata la «connettività a internet; accesso alla rete Wi-Fi
della Provincia, con le relative credenziali». C'è persino «una sala riunioni
ad uso comune dotata di videoproiettore». Insomma, è stato creato uno spazio di
lavoro adeguato, con lo scopo di fornire - ai giovani professionisti - quello
che si chiama (con un brutto neologismo) uno «start-up», che è inteso come
l'operazione e il periodo durante il quale si avvia un'impresa. La spinta
iniziale, l'abbrivio.
Tutto ciò è fornito gratuitamente? NO. Il singolo «giovane» pagherà
l'insopportabile canone di 150 € al mese (ovviamente sto scherzando nell'usare
l'aggettivo “insopportabile”). E' sin troppo evidente che 150 € mensili sono un
semplice contributo alle spese di gestione.
Il «coworking», allora, rappresenta una forte spinta verso l'aggregazione.
Il combinato disposto coworking/sfruttamento di possibilità di lavoro
all'estero rappresenterebbe già un bel passo in avanti.
Non c'è altro? E' tutto qui? E' evidente che ci sarebbe tanto altro da fare. Ne
dico solo una: riguardo al cosiddetto «Grande Progetto per la valorizzazione
del Centro storico di Napoli» (sono in ballo 100 milioni di euro di
finanziamenti comunitari, da spendere immediatamente) si attendeva PER LA META'
DI QUESTO MESE DI GENNAIO un bando di “gara”, aperta a soggetti abilitati o
loro raggruppamenti temporanei che dichiarino di possedere i requisiti minimi
previsti in rapporto alle singole categorie di opere da progettare e nel
rispetto delle competenze riservate alla professione di Architetto. Perché
l'Architetto è l'unico abilitato, per legge, al Restauro dei monumenti (Art. 52
del R.D. 2537/25). E gli Architetti dove sono?
Che fine ha fatto questo bando? Perché non esce? Ne sapete qualcosa?
E noi cosa facciamo? Diamo vita a tour elettorali.
Occorre rinnovamento e forte discontinuità. Occorre voltare pagina.