Architettura

La lettera dei 35 e gli interventi dei nostri Lettori
35 Professori in difesa dell’Architettura in Italia. E tu che ne pensi?
ARCHITETTI in RIVOLTA: liberiamo il paese dai colleghi stranieri [Carmela Riccardi, Nicola Desiderio]
Più etica e meno … ipocrisia [Marcello Silvestro]
Le risposte alla lettera dei 35
Le risposte di Ugo Rosa, Marco Gennari, Michele Sabatino, Stefania Poles, Angelo Luigi Tartaglia, Giorgio Nocerino
Risposta ai 35 di B+ C Architects: Opera senza passaporto
Ultime risposte all’appello dei 35

Ultime risposte all’appello dei 35

Con gli interventi di Christof Ringler, Angela De Fazio, Sebastiano Quercio e Isabella Guarini chiudiamo il forum sull’appello dei 35

Intervento di Christof Ringler
Egregia Redazione,
devo chiedere scusa, siccome la mia lingua materna è tedesca, per il mio italiano. Però volentieri vorrei esprimere la mia opinione riferendomi al manifesto dei 35 professori italiani riguardante la situazione dell’Architettura in Italia.
Sono un Austriaco sessantenne, impiegato in un’ufficio di architettura a Vienna. Ho letto con interesse il manifesto dei 35. Vorrei esprimere alcuni pensieri di un cittadino poco intellettuale.
"Sì" a un cuore aperto al mondo, anche agli architetti esteri (St. Petersburg non sarebbe realizzato nell’aspetto attuale senza gli architetti italiani), però quello che mi fa piacere se vado all’estero, se viaggio in treno o in macchina, è la possibilità di riconoscere già dall’architettura di case, chiese, tetti, ponti, torri e giardini, persino dalla natura stessa nella sua specifica forma coltivata dove mi trovo. Una qualità che ci è offerta - finora - dalla nostra Europa delle regioni. Una qualità che va svanendo poco a poco colla globalizzazione, se ogni nazione, ogni città cerca di darsi una "faccia moderna" incaricando architetti stranieri e nazionali, ma sempre superstars internazionali (pur usando il mezzo della concorrenza internazionale!)
Non sono contro gli architetti stranieri, però sono contro l’anonimità dell’architettura globale: in Italia mi piace l’architettura italiana (eccetto la porta trionfale in piazza della vittoria a Bolzano!), in Germania la varietà di stili riconoscibili, come nel resto del continente purtroppo solo nell’architettura del passato.
E ancora un altro aspetto: chissà se questi miracoli dell’architettura, usando tonnellate di acciaio, alluminio, vetro ed altre materie di provenienza globale, non sono una ragione per l’aumento dell’inquinamento dell’ambiente, per l’uso di troppa energia...
E chissà se la globalizzazione della vita (una forma della quale è la globalizzazione dell’architettura,l’ammirazione per le pochi superstars del nostro mestiere) non è uno dei motivi per la furia di distruzione (o, d’altra parte, la furia di misure contro il terrorismo)!
Facciamo un’"architettura nazionale" senza essere nazionalisti! Anche l’architettura dovrebbe esprimere il fatto che qui in Europa esistono tante nazioni. Non vorrei un Europa tipo Unione Sovietica che ha cambiato la stella rossa usando ormai lo stemma con le venticinque stelle gialle sulla bandiera azzurra.
Sono convinto che tanti Italiani che vengono a Vienna, sia per festeggiare il Capodanno, sia per altri motivi, certo non vanno a vedere le nostri torri per imprese ed istituzioni internazionali, allora i palazzi di vetro ed i grattacieli che ormai cominciano a crescere intorno al centro storico della città.
Perché dovrei visitare una città che assomiglia alla mia in ogni dettaglio? Nel futuro: saranno l’unico motivo per viaggiare i musei?
Un cordiale saluto da Vienna!


Aspettando un nuovo Terragni
Di Angela De Fazio, architetto e Sebastiano Quercio, architetto

In questo breve scritto proponiamo una serie di riflessioni su alcune questioni sollevate nel testo inviato dai 35 firmatari alle massime cariche dello Stato.

Per brevità queste riflessioni sono sintetizzate nei seguenti punti:
1. Il filone di ricerca che ebbe inizio negli anni Trenta del Novecento;
2. Il libero accesso ai concorsi di progettazione
3. Le nuove generazioni.

Per quanto riguarda il primo punto i 35 sottoscrittori includono nell’elencazione degli uomini che diedero impulso in Italia alla modernità in architettura, fra gli altri, l’insigne Terragni uno dei sette fondatori del "Gruppo 7", oltre a Libera. E’ fuori dubbio che gli scritti del "Gruppo7" hanno avuto un valore fondamentale, ma è altrettanto vero che l’architettura italiana, in quel tempo, per otto lunghissimi anni ha continuato ad ignorarli nella loro sostanza e nel loro spirito. Un Gruppo di giovani che per selezione istintiva si era staccato dal piatto fondo della scuola. Sappiamo infatti come Terragni sia stato insofferente all’insegnamento accademico. Il Gruppo 7 sostanzialmente è stata una forza innovatrice di ricerca esterna all’accademia, almeno nella fase iniziale.
Buona parte delle spinte che hanno rinnovato l’architettura di quel periodo sono state esterne al mondo accademico. Soltanto nel ’54 Libera viene chiamato a Firenze dal preside R. Papini per insegnare come professore straordinario; l’adesione dello stesso Libera al Gruppo 7 e al M.I.A.R. è antecedente questa data. Ridolfi dal canto suo comincia giovanissimo ad avere contatti con il cantiere; soltanto nel ’31 partecipa alla seconda esposizione di architettura razionale come membro del gruppo regionale romano del M.I.A.R. . La sua ricerca è esterna al mondo accademico.
Nella lettera dei 35 è comunque da cogliere con favore il fatto che il mondo accademico italiano si sia ricordato improvvisamente, anche se in ritardo, della necessità di farsi carico, e di conseguenza offrire, a loro dire, un contributo originale all’attuale stagione di rinnovamento dell’architettura. Il contenuto del testo dei 35 lascia intendere, peraltro, che il luogo di un ipotetico sviluppo dell’architettura sia quello che ruota attorno al mondo accademico. Noi crediamo che la vera lezione di quegli uomini, come correttamente vengono chiamati, sia da individuare oltre che nei risultati formali anche per le energie profuse per combattere le autarchie intellettuali. Sappiamo quanto le Accademie siano restie ad ogni forma di innovazione. Ne è testimonianza il disagio che si percepisce dalla lettura del testo.

La seconda questione è più complessa. Risulta incomprensibile la richiesta di "libero accesso" dal momento che tutti i concorsi di progettazione a procedure ristretta, italiani, sono monopolizzati da docenti universitari, alcuni dei quali sottoscrittori del testo. Docenti universitari in commissione che selezionano altri docenti universitari. Lo stesso meccanismo che governa il mondo accademico, tanto da rendere la richiesta di "libero accesso" fuori luogo. Come sappiamo i concorsi si dividono essenzialmente in due forme: anonima e palese. Il concorso anonimo dovrebbe garantire quel grado di imparzialità, ma come sappiamo non è sempre così; nel tipo a procedura ristretta la fase di preselezione è in forma palese rendendo quasi superfluo l’apertura delle buste per la verifica dei contenuti. Si possono sapere a priori i concorrenti. Crediamo in realtà che la lettera dei 35 costituisca la premessa per uno scontro tra due mondi egualmente chiusi: quello del mercato e quello accademico.

La terza questione relativa alla problematica legata al destino della nuova generazione è in realtà fittizia. Nella lettera i 35 non specificano se questa nuova generazione sia interna od esterna al mondo accademico. In poche parole non chiariscono se questa "nuova generazione" necessità di una paternità o può essere figlia di nn ; oggi le cosiddette nuove generazioni sono messe, in alcune strutture universitarie, di fronte ad un aut-aut. Scegliere tra ricerca (?) all’interno della struttura dipartimentale e chiudere il proprio studio o viceversa affrancarsi da questo condizionamento per affrontare autonomamente ed esternamente il discorso sull’architettura.
La seconda ipotesi, è qualcosa di simile all’esperienza di Terragni.
Riguardo questo aspetto, cioè alla formazione culturale e professionale di un architetto, noi siamo affezionati alla figura di Hannes Meyer il quale, come sappiamo, iniziò la sua carriera come apprendista muratore nei cantieri edili; successivamente divenne architetto.
Crediamo in realtà che per i 35 firmatari sarebbe stato opportuno appellarsi alla possibilità di partecipare ad una competizione, quale è un concorso di progettazione, all’insegna dell’equità e della pari opportunità anziché ad un effimero "libero accesso". Ma come sappiamo, partecipare ad una competizione significa saper accettare la sconfitta. E’ sappiamo che accettare una sconfitta non è da tutti. Soprattutto se quest’ultima si accetta in rigoroso silenzio. Tutti vorremmo vincere; magari a turno.
Ci vuole da un lato stile e dall’altro idee che possano mettere in moto la necessaria forza propulsiva.
In forza ai presupposti indicati all’inizio di questa riflessione, rivendicare l’appartenenza al mondo accademico quale requisito necessario e sufficiente per poter avere "libero accesso" o l’esclusività della "continuità" della ricerca ci sembra sinceramente quanto meno limitativo.
Da tempo coscienti del disagio che avvolge la cultura architettonica italiana concludiamo questa riflessione nell’attesa che in qualche parte d’Italia venga partorito un nuovo Terragni.


Condivido in parte
Di Isabella Guarini, architetto

Ho letto con interesse il messaggio di protesta sottoscritto da noti architetti italiani, docenti nelle più importanti sedi universitarie. Tra essi ho riconosciuto alcuni da cui ho ricevuto insegnamenti durante gli studi universitari e resto sorpresa dal ritardo con cui palesano il malessere dell'architettura italiana. Tuttavia, condivido la protesta specialmente in riferimento al fatto che gli incarichi sono affidati a chi ha già avuto esperienza e possiede un portfolio miliardario. In questo modo si vanifica l'unico strumento di selezione per professionisti che è il concorso.
Infatti, è in voga il concorso con procedura ristretta con cui si scelgono i nomi dei progettisti non in base al progetto presentato ma in base a criteri economici e strumentali, che di per sé non garantiscono la qualità dell'architettura. In questo modo si escludono tutti, specialmente nel Sud dell'Italia. Non condivido, invece, la tendenziosa accusa alle Soprintendenze, che, per quanto appare dal testo del messaggio, sarebbero state colpevoli di aver impedito la realizzazione in Italia di opere d'architettura significative, impedendo agli architetti di formarsi e resistere all'impatto della concorrenza globale.
Penso che lo scontro tra antico e nuovo nel nostro paese sia più aspro che in altri per il fatto che esso è caratterizzato dal più alto indice di monumentalità architettonica, artistica e paesaggistica. Per questo gli architetti devono confrontarsi continuamente con il contesto e, talvolta, rinunciare a imprese fortemente innovative per rispetto della memoria storica. Gli architetti dello star system internazionale invece hanno costruito le opere che li hanno resi famosi in situazioni deboli sul piano del contesto storico- artistico, ma forti dal punto di vista economico. Infine, mi sembra giusto il richiamo all'architettura italiana, in quanto risveglio del senso dell'appartenenza, ma non mera imitazione di quanto viene fatto in altri contesti.

Articolo inserito il 20 ottobre 2005