Architettura

Spaced out

A cura di gruppo Ark3P

"Non si fa architettura se non c’e poesia;
in caso contrario, si fa edilizia"
Gianluca Milesi

Lo spazio espositivo sesv di Santa Verdiana ha presentato dal 16 al 30 maggio il lavoro di Gianluca Milesi; titolo dell’esposizione: spaced out, Gianluca Milesi, esercizi di architettura.
L’allestimento, curato dallo stesso architetto, prevede un nastro continuo di cellofan che costituisce la superficie trasparente, supporto d’immagini cartacee o proiettate. Il senso di leggerezza e immaterialità che accompagna l’allestimento non contraddice i lavori di Milesi che; come dice lui stesso "..non hanno la pretesa di essere architetture, ma registrano, in qualche modo, delle suggestioni. Costituiscono il primo passo, sempre legato da un processo concettuale di deformazione, verso una condizione spirituale adeguata per affrontare un progetto, una condizione inconscia, confusa e generativa."

Entrata mostra

Entrata mostra

Prima sala

Prima sala



Seconda sala

Seconda sala

Terza sala

Terza sala

Le architetture di Milesi si presentano talvolta come configurazioni spaziali che derivano da una sofisticata manipolazione al computer. Il tutto rimarrebbe un esercizio di virtuosismo digitale se tali elaborazioni non evocassero una convincente ipotesi architettonica che, sia nelle rappresentazioni a "blob" o in elaborati che nascono da una ricerca seria ed impegnata, evocano un futuro imminente. Curiosamente molte di esse si relazionano ad architetture esistenti. I suoi parassiti aggrediscono grattacieli e offrono una possibilità radicale di modificazione del panorama urbano ma anche un’occasione per instaurare un rapporto di continuità.
Milesi, infatti, è "sempre strato attratto da un rapporto con la città tradotto in termini di modificazione ed alterazione".Brooklyn parasite e housing projects operation ne costituiscono gli esempi più convincenti.

Brooklyn parasite

Brooklyn parasite

Housing projects operation

Housing projects operation

Architetture trasparenti e flessibili si predispongono come protesi a vecchi edifici.
In cellophan Project una pelle plastica deformabile è la membrana viva di un’architettura che sempre più si configura organicamente come parassita di un’altra architettura ormai devitalizzata." L’irruzione quasi surrealista del blob è forse un modo di ridare significato alla realtà urbana. La materia pesante dell’era meccanica respira attraverso le leggere superfici delle forme digitali. Contrariamente a come avviene in natura questo parassita sembra appunto ridare vita all’organismo che lo ospita.

Cellophan Project

Cellophan Project

È più coretto parlare quindi di simbiosi tra nuovo e vecchio, tra il mondo del cemento, il mondo industriale, e il mondo della leggerezza dei bits. L’ibridazione che ne deriva stimola suggestive ipotesi. "I parassiti fluidi" di Milesi, come li definisce Cesare Birignani si contrappongono dialetticamente al vecchio, nei materiali, nella configurazione spaziale e nella genesi concettuale e progettuale. Non poteva essere altrimenti per un architetto che provocatoriamente si colloca in un’area disciplinare definita per non utilizzare i mezzi tipici di tale disciplina, ma scoprire inaspettate rotte e felici risultati che, pur trascendendo talvolta la reale fattibilità, si configurano paradossalmente come la più probabile alternativa ad un sistema urbano o meglio al sistema urbano costituito.


Le architetture di Milesi, sia quando si "esercita" in elaborazioni di disegno automatizzato, sia quando ci presenta visioni affascinanti di un possibile futuro, o in proposte per luoghi esistenti; svelano sempre un approccio simile al fare artistico o multidisciplinare, il cui risultato è sempre una felice "sintesi tridimensionale". Per chiarire il proprio iter progettuale Milesi afferma: "L’architettura che risulta da un’ipotesi concettuale e formale non è fatta di punti o linee, ma di volumi concepiti come entità spaziali tridimensionali e non come sviluppi di disegni in pianta o in alzato. Questa visione immediata del progetto porta ad una semplificazione ed ad una sintesi delle forme e degli spazi: il progetto diventa un tutt’uno, talvolta un monolite. Questa semplificazione non implica l’abbandono della complessità. Questa quando possibile, viene generata da un processo di displacement."


Da un’intervista, per uno scambio d’idee, fatta con Milesi circa un anno fa, vi riportiamo alcuni tratti delle domande più rilevanti:

Attualmente vivi e lavori tra Milano e New York. Perché New York? O meglio, perché proprio NY?
Credo che il fatto che io sia qui sia per certi versi accidentale; per altri no.
Qualche anno fa ho sentito il bisogno di cambiare, di vedere cose nuove;
mi pareva anche che da qui venissero idee e ci fosse più sperimentazione e ricerca (in architettura) che in Italia; in parte questo era ed è vero, anche se adesso la situazione in Italia è cambiata (c’è più attività e movimento) e anche qui (mi pare che sia un periodo non particolarmente vivace e di assenza di nuove idee);
New York è, d’altro canto, una specie d trappola, nel senso che ti fa credere che sia possibile vivere solamente qui.

Stadio a Torino

Stadio a Torino

Geo Center

Geo Center

Una città come NY, molto stimolante e contradditoria, in che maniera influenza il tuo lavoro?
NY è stimolante, per diverse ragioni. Succedono effettivamente molte cose interessanti, dall’arte all’architettura (forse più nell’architettura teorica), alla cultura in generale.
Ci si può trovare gente che viene da ogni parte del mondo e ciò contribuisce ad accettare modi di pensare e di agire a cui non siamo abituati; la concezione stessa di normalità è differente; questo costringe a ragionare in maniera diversa, probabilmente ad allargare i propri orizzonti; d’altra parte può essere rischioso e creare confusione e provocare un senso di smarrimento reale.
Due cose direi che influenzano il mio lavoro in architettura: una è il senso di libertà che indubbiamente questa città trasmette; in pratica dici: "perché no?" e ti senti pronto a prendere dei rischi a buttarti senza troppi timori o pregiudizi; (naturalmente questi rischi devono avere un senso); un secondo, questo era probabilmente più importante per me nel primo periodo che mi trovavo qui, è la presenza di un "environment" architettonico interessante, nel senso di un atmosfera intellettualmente stimolante, di una discussione che si svolge, sebbene molto spesso a livello teorico, nelle università, nei musei, nelle gallerie d’arte, nei bars ...

Hypermarket

Hypermarket

E forse c’è un terzo punto: che a NY si viene solitamente per fare qualche cosa ed è normale concentrare la propria vita sul lavoro o su una passione e lavorarci tanto.
C’è stato realmente in architettura un "Riscatto digitale"?
Non credo che l’architettura debba riscattarsi da nulla; pero’ credo che ci sia stato e ci sia ancora bisogno di sperimentare di più ed avere atteggiamenti ‘spirituali’ aperti; parlare di digitale è complesso; ci sono molti aspetti di quello che viene definito digitale; il punto non è produrre blobs o boxes, disegnare linee dritto o curve: ciò che credo sia veramente cambiato è il modo di concepire e creare l’architettura; adesso è normale pensare ad un progetto direttamente in 3 dimensioni, avere un atteggiamento ‘sintetico’ dell’architettura il cui fuoco sia l’idea e che stabilisca le proprie gerarchie in un nuovo sistema che abbia regole diverse e le formalizzi, ripensare alla tecnologia e ai materiali, cominciare ad immaginare un’architettura che faccia uso di tecnologie che sono già presenti in altri ambiti; insomma non credo sia un riscatto, credo che sia un cambiamento; uno stato mentale differente; questo stato mentale porta mio giudizio ad una nuova ‘sintesi concettuale e formale.

Virtual museum

Virtual museum

Gianluca, solitamente i tuoi interventi pubblicati su siti internet sono seguiti da un elenco di parole sempre differente che chiami "parole chiave" che corrispondono credo alla fine alla tua poetica ,il tuo programma.Tra queste una ci ha colpito in particolare e cioè la parola gravità, perché gravità?
Gravità perché ad esempio il computer non ha gravità, ma la gravità è una condizione necessaria all’architettura; perché non è sufficiente che una cosa sia formalmente bella, deve avere un senso di costruito o costruibile; perché la gravità ci riporta a terra, nel senso che dobbiamo tenerne conto; si potrebbero fare considerazioni complicatissime sullo spazio non euclideo o altro, ma finche’ siamo qui la gravità resta; per questo credo sia ancora molto utile costruire modelli reali prima di costruire qualcosa.


Più volte hai sottolineato la necessità di un’apertura dell’architettura verso altre forme espressive quale l’arte contemporanea. In che modo questo può avvenire? C’è un artista contemporaneo o una corrente che consideri più vicini al tuo lavoro?
Credo che l’architettura si stia un in parte evolvendo e accetti più volentieri strumenti propri di altre discipline che hanno comunque svolto una ricerca tecnologica o artistica indipendente; quindi non trovo nulla di male se l’architettura stabilisca legami con l’arte la moda, la televisione, la tecnologia o altro; anzi credo che debba farlo senza alcun tipo di pregiudizio, come diceva Duchamp si fanno cose nuove –e si evolve- se si guarda (anche) a discipline altre che la propria. Vivo in mezzo ad una comunità di artisti, ho visto diversi lavori molto interessanti, altri meno; credo che l’idea dell’artista tradizionale sia da mettere in discussione; adesso si possono trovare artisti in molte discipline che hanno sviluppato una ricerca avanzata e specifica negli ultimi anni; le scuole d’arte mi sembrano un po’ polverose; credo che l’arte si sviluppi conseguentemente e necessariamente dove c’è una ricerca applicata. Credo inoltre che comunque l’architettura (non la semplice costruzione) debba essere intesa come una forma d’arte con strumenti e scopi specifici. Trovo molto interessante la forma dell’installazione come sintesi si spazio ed espressione artistica. Alcuni artisti hanno attratto la mia attenzione in questi anni per diverse ragioni; hanno attratto la mia attenzione soprattutto artisti che lavorano con materiali originali, che indagano sul concetto di dislocazione o architetti con forte vocazione artistica come Labbeus Wood, lot/ek, Greg Lynn e altri.


Credi che anche l’arte si stia avvicinando all’architettura? Se fosse vero, sarebbe una bella conquista, non credi?
Credo che il concetto di arte sia in crisi, che l’arte spesso si chiuda in concettualismi o intellettualismi che qualche volta mi lasciano perplesso; mi pare che vi sia un errore di fondo tra gli artisti, che affermano di essere tali: io posso dire sono un musicista o uno scultore, non è una condizione sufficiente per essere un artista. L’arte è a mio giudizio una cosa vera ma rara e difficile, quando la vedi, se la vedi, ti si apre un mondo; credo comunque che arte e architettura si siano avvicinate ultimamente per diverse ragioni; forse perché l’architettura sta attraversando un momento di particolare creatività e libertà espressiva, perché siamo probabilmente in un momento in cui le discipline sono meno settoriali, perché, come dicevo prima, l’arte ha bisogno di trovare forme espressive contemporanee; l’architettura, anche se è anch’essa in crisi e sottovalutata, è ancora una disciplina contemporanea e utile; viceversa l’architettura, liberata formalmente può permettersi di accettare più facilmente input dall’environment artistico.


Prendiamo un film come il Quinto elemento: un’automobile volante modifica la struttura e il modo di vivere e rapportarsi alla città, una città alveare dove il verticalismo disegna prospettive infinite. Come dire, un’invenzione meccanica l’automobile, ha modificato la città. Credi che ciò possa avvenire in un prossimo futuro? Il tuo lavoro è ispirato dalla pellicola?
Certamente il progresso e la tecnologia cambieranno drammaticamente il nostro modo di vivere e le città, non ci possiamo fare niente; anzi i cambiamenti sono stimoli per chi non ne ha paura; si vedono atteggiamenti catastrofici che parlano di internet, un ottimo mezzo di divulgazione e comunicazione, come di un rischio per l’intera umanità; ricordo quando sono apparsi i primi telefoni portatili e vi era un atteggiamento di totale scetticismo; non è così lontano pensare ad un automobile volante quanto fosse pensare un po’ di tempo fa agli aeroplani o alla televisione e i grattacieli sono nati quando sono stati inventati gli ascensori; preferisco però pensare a cambiamenti relativi e graduali che posso intravedere; come credo che le città siano comunque uno stratificarsi di avvenimenti; mi pare che al momento si vada soprattutto incontro ad una smaterializzazione ed un accorciamento dei tempi; alcune visioni cinematografiche sono interessanti altre propongono un universo futuribile un po’ ‘cheap’; non ho francamente visto il quinto elemento e non ne posso parlare.


Il progetto per gli Housing Projects è provocatorio e radicale. Hai pensato ad un’architettura parassita che aggredisce gli edifici preesistenti. E’una proposta specifica o rispecchia la visione generale che hai delle città future?
Quella degli housing project è un idea che nasce da una proposta specifica (e forse da una ‘visione’ parzialmente incosciente); mi è sembrato pero’ che fosse possibile e forse anche intelligente di fronte a parti di città problematiche, tra l’abbattere e il costruire semplicemente il trasformare; l’idea pur provocatoria era seria e tentava di cambiare le cose attraverso un modo di pensare; cosi’ come credo che il futuro debba dialogare con il presente e cambiarlo; non credo in grandi interventi se non sono necessari (a NY non esisteva un struttura urbana consolidata o probabilmente una cultura urbana consolidata) e ringrazio il signore che non abbiano realizzato i piani di Le Corbusier per Parigi e non capisco perché insistano nell’inserirli nei libri di architettura. Comunque è nostro diritto e forse dovere sognare, anche in grande.


Utopica, visionaria, sono aggettivi che possono essere associati alla tua ricerca. Nel divario tra architettura realizzata e ricerca credi si annidi l’impotenza della società di prefigurarsi un modo di vivere o intendere la città diversa da quella sclerotizzata e consolidata? Cosa credi che ci sia di realmente innovativo nelle tue visioni o proposte rispetto all’architettura precedente, costruita e non?
Quello che mi sembra importante è avere delle idee e, se possibile, realizzarle; forse alcune idee che ho cercato di proporre sono realmente utopiche e spero che abbiano almeno un valore di stimolo intellettuale ma altre non vorrebbero esserlo; credo che vi sia parecchia incompetenza in chi prende le decisioni; negli Stati Uniti è anche peggio che in Europa; credo che il punto sia il distacco non infrequente tra denaro/potere e cultura; un tempo il principe o il papa, erano probabilmente in molto casi discutibili, ma erano colti; ho qualche dubbio circa il governatore di un qualche stato negli USA o qualche sindaco di città italiano; Miuccia Prada e Giorgio Armani mi sembrano molto più intelligenti e preparati. Non so dire se il mio lavoro abbia un reale valore innovativo; posso dire che sono frutto di un pensiero libero, e se certamente i miei lavori prendono spunto da altre ricerche, credo che in alcuni casi portino delle idee; il valore di queste idee, che possono essere legate al linguaggio, allo spazio, alla tecnologia o essere più concettuali è il valore innovativo del mio lavoro; un punto fondamentale della mia ricerca è di mettere in discussione regole, tecnologie, idee compositive, o altro; a parte la qualità soggettiva dei risultati credo che questo sia un atteggiamento necessario per sviluppare un pensiero, con tutti i rischi che ne conseguono.


C’è un movimento del secolo scorso che senti più vicino alla tua ricerca?
Ammiro molto le innovazioni tecnologiche e le invenzioni strutturali dell’ottocento, l’introduzione del ferro, del vetro in architettura, lo spirito sperimentale di molti edifici costruiti in Europa e negli Stati Uniti dopo la metà dell’ottocento


Bruno Zevi, in maniera paradossale, affermava :"l’uomo moderno aspira a tornare nelle caverne... le caverne non hanno facciata... non distinguono tra pavimento pareti e soffitti... non omologano le luci, ignorano l’angolo retto... Tale è il grado zero". Si può assimilare una blob –architettura o come la si voglia chiamare ad una caverna dei tempi d’oggi?
Come dicevo prima, non è il blob o la linea curva che porta in se’ la novità, ma una visone legata ad una nuova sintesi; si può fare un’architettura di sintesi con linee rette; questa sintesi rimette in discussione il modo di pensare l’architettura e le gerarchie di valori; quindi non ha più il senso di prima parlare di pilastri tamponamenti soffitti prospetti e piante; personalmente non so se sia veramente utile disegnare il prospetto di un edificio che mai vedrai dal punto in cui l’hai disegnato, o pensarlo come una semplice sovrapposizione di piante; inoltre una costruzione non deve necessariamente avere un fronte o un fianco o dipendere da una disposizione in pianta; se si parte da una pianta a disegnare un edificio si costruirà probabilmente un parallelepipedo, se si parte da una idea, qualunque essa sia la pianta verrà di conseguenza


E’ ancora possibile fare della poesia con l’architettura?
Non si fa architettura se non c’è poesia; in caso contrario si fa edilizia,


Articolo inserito il 24 giugno 2003