Architettura

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Devo molto a Giancarlo De Carlo

di Renzo Piano

Devo molto a Giancarlo De Carlo.
E per quello che a lui mi accomuna e per quello che da lui mi divide.
Di certo, dal primo momento in cui l'ho incontrato, ed erano gli anni 60' a Milano, non ha mai cessato di darmi delle cose: e quando non me le ha date, me le sono prese.

Come architetto, innanzitutto.
Il villaggio Matteotti ha il merito di riuscire a far volare il cemento con i suoi ponti e i suoi giardini e di sconvolgere il ritmo compositivo esplodendolo in mille frammenti.
Complesso, ricco, ma così frugale e organico.
Il Magistero dell'Università di Urbino con la sua sala semi-circolare, perfettamente tagliata nella massa del tessuto urbano, come se ci fosse sempre stata, è al tempo stesso opera di scultore e di cavatore di pietra.
E poi, improvvisamente, il lucernario che illumina le grandi aule, contrapponendo la leggerezza di quel merletto di acciaio e vetro alla pesantezza della massa muraria.
Nel rapido oscillare tra luci e ombra, i riflessi sui muri diventano echi visivi del tetto vetrato.
Il Collegio del Colle, sempre a Urbino, con quelle scale sottili e leggere, sdoppiate nelle loro ombre, che giocano con i volumi a cui sono connesse tra leggerezza e pesantezza, trasparenza e opacità.
Il colore di Mazzorbo, espressione leggera e gioiosa della laguna e della sua luce.
Le Torri di San Marino, improvvise e sorprendenti, tese, quasi a sfidare la forza di gravità.
Tutte queste sono cose che tornano e ritornano, nel mio subconscio, e lo alimentano da sempre.
Non so quanto della mia passione per la luce venga dal lavoro di Giancarlo De Carlo nel Collegio del Colle di Urbino.
D'altronde Giancarlo aveva già fatto respirare un cargo negli anni 50' con delle grandi ciminiere, come prese d'aria: tributo al porto e all'immaginario navale, suo, ma poi anche mio nel Beaubourg di Parigi.
In un mestiere che è fatto di rapina (a viso scoperto naturalmente), Giancarlo De Carlo è una delle miniere a cui mi sono sempre approvvigionato.

C'è poi un Giancarlo De Carlo "educatore": a cui devo ancora di più.
Un architetto (e io sono stato fortunato), viene educato sin dai primi studi al dialogo con la gente, allenato a esplorare la città, a cercare la sfida con la scienza, a costruire il proprio linguaggio nella ricerca "tentativa", come direbbe lui.
Giancarlo è stata una delle persone che mi hanno maggiormente guidato su questa strada.
Da lui ho imparato che non ci sono formule, non ci sono stili che ingabbino la tua libertà.
Mi ha tenuto lontano dall'umiliazione delle mode e delle tendenze.
E' da lui che ho imparato a mettere tutta la mia energia in una sola cosa: l'architettura.
Ed è da lui che ho imparato a mettere il naso dappertutto, con curiosità, insaziabilmente.
Una volta, tanti anni fa, lo incontrai (a fare la stessa cosa che facevo io) nella vecchia città di Corte, in Corsica: a studiarne le pietre.
Sì, perché i luoghi parlano, come lui dice. E gli architetti devono imparare ad ascoltarli.
Ancora sto imparando.

Non vorrei far credere che Giancarlo ed io siamo uguali, ma non siamo nemmeno l'opposto; e per quel che ci assomigliamo, sono io che ho preso da lui.
Ma c'è un tema sul quale si rivelano le nostre differenze, ed è il nostro modo di vedere Genova, la città in cui ambedue siamo nati.
Solo che è un po' come una storia d'amore: è difficile parlarne, ed è anche la ragione per cui sulla nostra città non saremo mai d'accordo.
A volte penso che sia per me che per Giancarlo Genova rappresenti una delle città invisibili di Calvino: città d'acqua, di gru, di navi, di monti, di ardesia.
Ma lui la guarda dalla terra, e io dal mare

Renzo Piano, Marzo 2005

Il testo di Renzo Piano è tratto dal catalogo Giancarlo De Carlo - le ragioni dell'architettura, edito da Electa-operaDARC