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Conversazione con Giancarlo De Carlo Sullo sfondo dell’architettura appena ferita del Grattacielo Pirelli, con le emozioni dirette attutite dalle troppe immagini televisive rovesciate freneticamente nelle ultime ventiquattro ore, con il rammarico che deriva dall’essere ormai in possesso di una reattività anestetizzata dai media, con tutto questo bagaglio imbarazzante, l’incontro con Giancarlo De Carlo ha significato per contro l’incontro con un ragionamento che si articola esclusivamente sull’attacco diretto alle questioni, ne tocca sempre il nervo più vivo senza i filtri prefigurati del "già detto" e del "già visto". De Carlo entra nel tema e mette a fuoco la ferita vera di cui soffre l’architettura di oggi , così prossima ai linguaggi della pubblicità e così sottomessa al dominio dell’immagine.
Palazzo Battiferri, Urbino. Fronte Ovest "L’architettura è fondamentalmente organizzazione e forma dello spazio", dice e precisa che tutto quello che si allontana da questo intento, sia pure di qualità, non è architettura. "Una gran parte delle architetture di oggi si limitano esclusivamente a ricomporre delle facciate, come in fondo si faceva nell’ottocento quando in Francia venivano chiamate DECORATION". L’immagine domina l’interesse dell’architetto di oggi, il "come appare", mentre sono strutture parallele, le società di ingegneria, i finanziatori e quanto altro, a realizzare l’opera. Il sistema distributivo risponde a norme strettissime per cui occuparsene diventa secondario in questo panorama, e De Carlo puntualizza: "C'è stata questa COSPIRAZIONE fra gli inventori delle norme e i fruitori dell’architettura in quanto prodotto di mercato. Si tratta di una cospirazione perfetta devo dire, che taglia fuori l’architetto autentico, il quale veramente concepisce lo spazio, dialoga continuamente tra interno e esterno, anzi non fa differenza fra esterno e interno, non fa differenza tra lo spazio costruito e lo spazio oltre il costruito, che non vi appartiene in senso economico ma appartiene in senso generale, figurativo e ambientale a tutti. |
Palazzo Battiferri, Urbino |
Palazzo Battiferri, Urbino |
Palazzo Battiferri, Urbino |
Le norme danno in fondo all’architetto la libertà di non fare più architettura. Più o meno contemporaneamente, nel Palazzo della Triennale Rem Koolhaas teneva una conferenza, e una mostra psichedelica dell’opera di Jean Nouvel faceva da controcanto al pensiero di De Carlo.
Palazzo Battiferri, Urbino. Aula a tre livelli "L’organizzare e dare forma allo spazio mette in relazione con la vita degli essere umani" e qui risiede per De Carlo la complessità dell’architettura che deve perseguire il contatto con l’essere umano e non considerarlo soltanto il "recettore di un’immagine". In un‘architettura entrano esseri umani, si incontrano, intrecciano rapporti, usano lo spazio e ne vengono influenzati, stabiliscono con lo spazio una dialettica "partecipativa", intesa in senso moderno: questo è per De Carlo "il contatto con gli esseri umani" che l’architetto deve perseguire e questo è il "carattere umano" della professione.
Palazzo Battiferri, Urbino. Emeroteca Nel suo vocabolario il tema della complessità si accompagna a quello della molteplicità. Così, secondo De Carlo il linguaggio non può rimanere monolitico e legato solo alle regole interne che si è dato; il linguaggio deve essere molteplice, stratificato, con un’ampia tolleranza, pertanto disponibile ad essere svelato e compreso da tutti e non solo da una minoranza. Il linguaggio porterà valori universali al posto di quelli di una classe. E precisa: "Questo diventa il nuovo obiettivo dell’architettura: un linguaggio che non sia eclettico, perché l’eclettismo è combinazione di vari stili; io parlo di un linguaggio senza stili, che anzi intrinsecamente repelle ogni innesto di stili, con infinite diramazioni e infinite facce che riescano a parlare agli altri". Le porte di San Marino o il lavoro al Monastero di San Nicolò l’Arena a di Catania, che appaiono attraversate da nuove tensioni rispetto a tutto il suo percorso, sono da ricondurre a questa ricerca "tormentosa". Questa trama di interessi è stata al centro di "Spazio & Società ", una rivista che De Carlo ha diretto per anni rendendola unica in Italia per la capacità di andare ad indagare culture lontane, di dare spazio a ricerche e ambiti che altri ancora trascurano. Oggi che la rivista non esce più ,quali bilanci ne trae? La rivista non esce più per molte ragioni, come lui dice :dai costi troppo elevati alla distribuzione faticosa e insoddisfacente, dal numero degli abbonati sempre più difficile da incrementare ma anche da conservare al gruppo redazionale attraversato, dopo anni, dall’appannamento degli entusiasmi giovanili. "L’entusiasmo è una cosa che si consuma con l’età e questa è una cosa strana; una persona che si occupa di questioni impegnate deve conservare la propria giovinezza o addirittura la propria infanzia, altrimenti si perdono alimenti fondamentali che sono l’entusiasmo e il disinteresse", dice De Carlo e aggiunge alle ragioni dette, la più importante, che riguarda la salute che ha allontanato dal lavoro la moglie Giuliana, per anni colonna della rivista e interlocutore "non architetto" indispensabile per alimentare i suoi caratteri originali e impedirle di diventare una rivista come le altre. "Naturalmente " dice " per me è un dispiacere che Spazio & Società non esca più. Adesso ci sono soltanto riviste patinate, che in fondo non dicono quasi niente, illustrano la situazione attuale ma non indicano orientamenti alternativi o mostrano la complessità dell’architettura. Nella descrizione del lavoro che sta facendo al Monastero di San Nicolò l’Arena a Catania, con parole di scrittore fa il punto su una misteriosa inquietudine che quello spazio trasmette. Ogni volta che mi avvicino a una città penso che sia la mia città, e questo mi ha dato uno straordinario impeto interno a identificarmi, a cercare di capirla" Per questo De Carlo dice di aver fatto poca urbanistica; non poteva consentirsi di distrarre la propria totale identificazione con la città oggetto del suo lavoro, verso nuove esperienze. È lì secondo De Carlo che bisogna cercare i modelli per nuove articolazioni urbane ed umane perché "con tutto il loro disordine, con tutte le loro intemperanze, sono ancora i luoghi che non hanno subito o hanno rifiutato o hanno subito il meno possibile il dominio dello zoning, che vuol dire divisione delle attività, distinzione tra spazio privato e spazio pubblico, ordine precostituito". Il sud e tutto il mediterraneo non è ancora contaminato del tutto da questa distinzione autoritaria delle attività, nata per il controllo del valore dei suoli più che per le motivazioni igieniche affermate Si sa che lei ha avuto un’intensa rete di rapporti con scrittori, poeti, artisti, se ne è scritto, sono state mostrate fotografie. "Andavamo per fare vacanze e giocavamo continuamente, e questo io credo che sia importante perché uno dice "erano lì che discutevano tutto il giorno" , invece no, giocavamo molto. De Carlo ha parlato dei suoi interessi e delle sue letture, recentemente gli è piaciuto Body Art di Don De Lillo per il suo modo di avvicinarsi al cuore della storia per frammenti significativi e intrecciati. " poi leggo mio figlio, lo leggo quando ha finito di scrivere e mi interessa molto…" Infine ha ripercorso la straordinaria esperienza del suo incontro con Fernand Léger quando, giovane architetto, era andato a Parigi per chiedergli di dipingere una parete della turbonave Lucania, di cui aveva ridisegnato gli interni par degli armatori napoletani. "Diciamo, un milione di lire di oggi" dice De Carlo e continua raccontando del suo arrivo nello studio di Montparnasse con il rotolo di disegni sotto al braccio e dell’incontro con un omone grosso e simpatico, che dopo aver ricevuto le informazioni sulle dimensioni del dipinto e sulle coerenze con l’architettura da ricercare, e dopo un simpatico scambio: "…e ho lasciato questa parete pensando a un pittore come lei; se vuole sapere io avevo pensato o a lei o a Picasso" "Ma non ne parliamo neanche, non mi serve neanche per comprare i colori una cifra così" fu l’inevitabile risposta di Léger. Ci sono architetti e architetture che l’hanno influenzata? La conclusione di questa risposta e di tutta la conversazione è stata degna di un pensiero sempre obliquo rispetto al flusso comune, che non conosce passive rassegnazioni, ed è carico dell’ottimismo di chi, come ha scritto una volta, "è affezionato ai ragionamenti limpidi che richiedono paziente lavoro e fervida immaginazione: "Io ho fiducia perché i problemi che ci troviamo di fronte sono troppo grandi per non costringere gli architetti, prima o poi, ad affrontarli. Avrei voluto fare altre domande a De Carlo, per esempio se questo suo atteggiamento così intransigente è mai stato attraversato della crisi e in cosa questa si può trasformare o come si fa a progettare una committenza o ancora quanto si può incidere nella realtà o ancora intorno all’immagine della città definita per vettori che costituiscono un grafo variabile che non compromette mai la coerenza dell’insieme e quanto questo grafo può rappresentare una vita. A Milano, il 19 aprile 2002 |