|
|
|
Arcosanti |
Arcosanti |
Arcosanti |
|
Mentre negli emicicli prima descritti è più forte la separazione nord-sud e meno l’alto-basso, qui è il contrario: è chiaramente distinto il dentro-sotto dal fuori-sopra. La marcata direzione nord-sud, in cui è posto l’asse degli arconi, ribadisce la generale tendenza urbana, che è quella dell’esposizione a meridione, dove l’arco della volta è percepito in tutto il suo sviluppo e genera un’ampia apertura, un magnifico ingresso per i raggi del sole e per il paesaggio, godibile dalla terrazza antistante sul limitare del canyon. Il lato a settentrione, invece, è chiuso con una gradonata (che pure, ricorda tipologie classiche o resti archeologici). La gradonata, a sua volta, diventa il prospetto di un edificio-officina che si sviluppa alle spalle. Un corridoio dilata le due campate, svolgendosi in copertura come un taglio di luce, e alterna il suo proseguire in un cunicolo trasversale che si restringe a comprimere uno spazio più buio dopo la dilatazione luminosa, fino a sfociare nell’anfiteatro della musica, passando sotto l’edificio semicircolare delle residenze. Altri edifici popolano l’agglomerato di Arcosanti: residenze, uffici, dormitori, piscine, depositi, tutti formanti un’unità urbana compatta, integra che, nei vari progetti che si sono succeduti per lo sviluppo futuro dell’abitato, dovrebbe costituire il nucleo primordiale (una sorta di centro storico) della città futura. Si è già accennato alla creatività visionaria di Paolo Soleri, a quali sono le sue idee riguardo la città e quali soluzioni prevede, quali concentrazioni propone in alternativa alla città diffusa e quali principi la governano. Figlia di questa filosofia urbana, anche se non sempre con essa coerente, l’Arcosanti "costruita" dagli anni ’70 si confronta con i vari "pensieri forti" che hanno fatto la cultura architettonica ed urbanistica degli ultimi decenni, giungendo, oggi, a rappresentare un’alternativa valida nel modo di pensare alla città, forte della continua ricerca e dell’esperienza "sul campo" di questo maestro riscoperto, e si proietta verso un futuro da lui pensato trenta anni fa. A fianco e parallelamente alla sua teorizzazione urbanistica è ben evidente la qualità di ciò che Soleri ha progettato a Cosanti e ad Arcosanti. È in queste opere che si evidenzia il suo valore come architetto, prima ancora che come teorico. |
|
Cosanti |
Cosanti |
|
È, quindi, interessante approfondire questa ricerca sulla perlustrazione del carattere spaziale che qui si trova, riconoscere la sua particolare identità, rintracciarne i contenuti, i riferimenti formali, comprenderne l’attualità. Memori dell’approccio sperimentale che Wright applicò nell’edificazione di Taliesin West, dove il maestro americano tentava di rifondare ancora una volta la sua ricerca formale ripartendo dalla natura, liberandosi ancor più dei bagagli stilistici già costituiti (faceva stare i suoi allievi in condizioni estreme, in tende vicino al luogo dove essi stessi ammassavano pietre e cemento per costruire gli edifici, al fine di stimolare un contatto creativo con il luogo naturale), le esperienze costruttive di Cosanti degli anni ’60, a 10 miglia di distanza da Taliesin, sono spinte dall’architetto di Torino, ancor di più dello stesso Wright, verso la ricerca di un atteggiamento primordiale nel costruire, riattualizzabile in processi contemporanei e, se non spontanei, più vicini al sentire ed all’essere dell’uomo dei nostri tempi. E mentre intorno si diffondeva la cultura della beat generation, dell’autocostruzione, del ritorno alla natura, del problema energetico, ecc., Soleri improvvisava tentativi di costruzioni con varie tecniche "povere": nascevano spazi cavernosi, strutture che ricordano le architetture di Gaudì, ma più primitive, calotte dalla curva abbozzata su mucchi di terreno e poi scavate al di sotto per un’altra metà, miste ad elementi prefabbricati per impianti fognari, oppure con alberi che crescono all’interno degli ambienti e si sviluppano oltre la copertura, come un’architettura organica, quasi vivente (oggi bisognosa di restauri), che in Arcosanti diventerà più raffinata, organizzata, cosmologica. Una fase più matura, caratterizzata da una maggiore consapevolezza dell’arte dello spazio messa a servizio della creazione di ambienti per una comunità urbana, comincia, quindi, con l’esperienza di Arcosanti negli anni ’70. |
|
Cosanti |
Cosanti |
|
Tale logica ha imperato nella formazione delle città occidentali - e non solo - negli ultimi decenni e, ancora oggi, in parte ne determina lo sviluppo interno e periferico attraverso leggi e norme improntate con quell’approccio. Quella che governa Arcosanti è una legge urbanistica mai scritta, dalla memoria antica e dai nuovi futuribili sviluppi, non fondata su una cultura "quantitativa" di indici volumetrici, rapporti di distanza, massimi di altezza, muri ciechi o finestrati, ma sorprendentemente vicina alla cultura della città storica europea e italiana, della città stratificata, interrelata, a più ordini di complessità. Ciò che ancora colpisce nel frequentare questo luogo, è la bellezza ed il senso di condivisione delle cose costruite che, in un punto, quello della dimensione, sono quasi il contrario delle enormi costruzioni teorizzate da Paolo Soleri. Vi sono vari manufatti che, seppure ben armonizzati in un unico agglomerato, declamano forme e micro-forme varie, diverse, lontane dall’unità totalizzante di un solo mega-edificio: si avvicendano piccoli pergolati, volumi cubici con grandi aperture circolari, ritagli di corti, cupole aperte sui percorsi e sul paesaggio, strisce di terreno tra pavimentazioni e gradoni, il tendone semicircolare di copertura per l’area della musica, ulivi e cipressi di origine italiana, la serra dell’edificio della biblioteca, ecc. Ma La scala è relativa, proporzionata, ben integrata con i terrazzamenti del terreno declinante nel canyon. In nessuna di queste realizzazioni, né nell’insieme, c’è la dimensione "dell’enorme", quella che sembra poter schiacciare, ridicolizzare, frustrare chi la abita. Al contrario qui il rapporto tra il piccolo ed il grande è così sapientemente interpretato da generare non solo quella "complessità" teorizzata per l’organismo urbano, ma soprattutto una piacevole gradazione di concentrazione e dilatazione di materia e spazio, una serie di riconoscibili regole aggregative e, infine, qualità dell’insieme. Tale modo di relazionare varie scale fa venire in mente il gioco di volumi, percorsi e terrazzamenti che si integrano a formare l’habitat unico della penisola sorrentina, dove, come qui, sembra esprimersi una sorta di "minimo necessario", di existenz-minimum ma molto vivibile, di "frugalità" - come direbbe Soleri - degli spazi, dei movimenti, dell’abitare. Un’altra "qualità" di spazio, a cui si è già accennato, rimanda alle grandi volte e alle semicupole che caratterizzano il Tempio di Venere o il Tempio di Mercurio a Baia: in quest’ultimo massiccio edificio la grande calotta muraria di copertura, ancora integra ma colma di fango e con all’interno una sorta di laghetto formatosi con l’acqua piovana, lascia filtrare la luce dall’alto attraverso profonde aperture, luce solare che, a secondo dell’ora, si raccoglie in un largo fascio proiettato sullo specchio d’acqua verde e si muove con il fluire del tempo nell’atmosfera umida e risuonante di echi liquidi, segnando ore ipotetiche sulla superficie ristagnante, in uno spazio fermo, racchiuso, fortemente evocativo. Soleri riattualizza quel carattere di spazio, laicizzandolo senza perderne la qualità intrinseca, il gioco di ombre, la compattezza dell’atmosfera ivi concentrata, il raccoglimento circolare della massa muraria. Ad Arcosanti ci sono uomini che lavorano l’argilla o il bronzo delle campane, ci sono spazi misurati per la musica, per il lavoro manuale, per le abitazioni, spazi miniaturizzati, con vocazione funzionale mista, ben integrati, sorti con uno spirito che rimanda, in qualche modo, alle città ideali dell’Umanesimo e del Rinascimento. In questo angolo di Arizona, c’è molta Toscana, molta penisola sorrentina, e ancora Roma, Matera, paesaggi archeologici, e nessuna mega-struttura, né quartieri dormitorio, né aree specializzate. Soleri prova a progettare "da dentro" (lezione appresa soprattutto da Wright), e non solo come formalismo esterno, quello che in altri luoghi una comunità ha elaborato per secoli (rivelando il suo retroterra culturale italiano), sedimentando poco per volta volumi architettonici, vie, strade e spazi pubblici con un tale equilibrio e organicità da rimandare ad insediamenti umani e complessi abitativi riconosciuti emblematici nella storia dell’architettura e della città, oggi unici e protetti da organi nazionali ed internazionali come l’Unesco. Questo è quanto abbiamo potuto constatare nell’Arcosanti già costruita, al di là di ogni teoria. L’american dream di Soleri è un sogno che, mettendo insieme immagini, frammenti e vissuto del suo passato europeo, realizza un’utopia urbana finalizzata ad attualizzare in Arizona una forma insediativa pertinente, fondata, oltre che su considerazioni relative allo sfruttamento del territorio, all’uso dell’energia, alla complessità e alla miniaturizzazione, su una consapevolezza dell’abitare e del costruire che proviene da generazioni succedutesi in più di 2500 anni, proiettandola nel futuro. E’ difficile dire quanti progetti contemporanei, italiani ed europei, sono capaci di produrre spazi così qualitativi, che affondano le loro radici nell’esperienza architettonica accumulata in tanti secoli di arte del costruire e del pensare alla città: troppo spesso ci si trova di fronte a formalismi senza vitalità o a riferimenti di tendenza nel piccolo villaggio dell’architettura globalizzata. Quella di Soleri, pertanto, resta un’esperienza emblematica che riguarda tutto ciò che è l’abitare: la conformazione dello spazio, il lavoro dell’uomo, la struttura dei rapporti sociali, la dimensione poetica. |